Libri di Virgilio Iandiorio
Otello Calbi. Rapsodia libera di un seminatore di note
Virgilio Iandiorio, Roberta Calbi
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2025
pagine: 160
Una preziosa testimonianza quella che con evidente affetto filiale, ma soprattutto con profonda ammirazione, Roberta Calbi ci dà dell'illustre genitore a trenta anni dalla sua scomparsa. Otello Calbi «ha percorso molte strade, esplorato nuovi percorsi, un po' restando nella tradizione ma anche cercando e trovando soluzioni nuove». Mettendo ordine nei numerosi appunti lasciati dal Maestro - quasi sintetico diario di bordo - Roberta Calbi ci delinea la figura di un artista instancabile e tenace, sempre appassionato nelle sue manifestazioni musicali, fortemente impegnato nella promozione delle giovani generazioni. Una serie di flash sui momenti salienti della vita e della carriera del Maestro ci aiutano a scoprire alcuni aspetti del suo carattere. Nato in provincia di Matera approda al San Pietro a Majella per coltivare e far crescere il precoce talento musicale divenendo poi stimato docente della prestigiosa Istituzione dalla fine degli anni '50 alla pensione. Così viene ricordata la sua esperienza di docente: «allievi, prove, concerti, diffondere la musica ai giovani, valorizzare le capacità dei giovani musicisti, questo l'impegno che lo caratterizzava, costante e sempre più intenso». La "rapsodia libera di un seminatore di note" si dipana con grande piacevolezza tra le mani del lettore: si ha modo di conoscere un Otello bambino (fin dall'età di 8 anni suonava nella Banda del suo paese natale), i suoi rapporti con il padre e i fratelli musicisti, le sue frequentazioni ed amicizie - rimaste salde nell'arco della vita - ma si scopre anche un giovane studente dallo sguardo corrucciato al cospetto della storica statua di Beethoven posta nel cortile del conservatorio, un giovane e appassionato allievo di Achille Longo, Gennaro Napoli, Ennio Porrino, un autore di musica da camera e per il teatro, un padre e un marito affettuoso, un critico musicale e un saggista, un uomo di cultura appassionato di poesia… Per i musicisti della mia generazione e in particolare per quelli che tra la fine degli anni '70 e la metà degli anni '80 del secolo passato erano studenti di Composizione al San Pietro a Majella, alcuni nomi di docenti e compositori napoletani risuonavano particolarmente familiari: Aladino Di Martino, Bruno Mazzotta, Jacopo Napoli, Alfredo Cece, Otello Calbi … personalità che pur nella diversità del proprio sviluppo artistico, manifestavano tutte quei tratti ascrivibili ad una "comune scuola" napoletana. Con serenità e consapevolezza, ma tutti con proprie personali vedute, questi compositori non persero mai di vista l'emozione del suono (l'espressione melodica, il gusto per l'armonia…), tutto quello cioè che, con furia demolitrice, la "nuova musica" della metà del '900 bandiva dalla composizione contemporanea. La loro posizione era sostanzialmente conservatrice, estranea ad eccessi modernistici: essi attinsero consapevolmente alla musica delle diverse epoche storiche (senza escludere anche gli anni a loro contemporanei) purché risultasse utile alla realizzazione delle proprie opere e congeniale al proprio sentire artistico. Noi "giovani" di lì a qualche anno avremmo intrapreso strade diverse da quelle da loro tracciate, ma la stima e la riconoscenza nei confronti di coloro che a vario titolo contribuirono alla nostra formazione di docenti ed artisti è rimasta salda e immutata nel tempo. Al di là della diretta discendenza didattica (allievo di Aladino Di Martino, nel mio caso) tutti questi docenti e compositori hanno in qualche maniera influenzato le nostre storie e lanciato dei semi che sono stati raccolti e fatti germogliare. Sebbene abbia conosciuto il Maestro Otello Calbi di persona quando già cominciavo a muovere i primi passi da docente di composizione, nei primi anni '90 - quando il Maestro era oramai in pensione - il suo nome mi era invece molto familiare da tempo: ... Gaetano Panariello Direttore del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella di Napoli
Streghe, falsari e negromanti: arguzie di vita quotidiana nella Benevento del 1500. Volume Vol. 3
Nicolò Franco
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2019
pagine: 112
Tutto parte dalle epistole di Nicolò Franco, Beneventano, grazie al quale non la parola janara, ma la parola strega di Benevento, compare per la prima volta nei suoi scritti. Iandiorio lo traduce dal latino e ne fa un personaggio sui generis anche nei rapporti con gli Arberesh di Scanderbeg, da poco insediatisi nel Sannio e nella Lucania. attraverso i riferimenti a luoghi e personaggi del Principato Ultra nelle lettere di Nicolò Franco di Benevento, si tratteggia un'immagine della provincia interna della Campania nella prima metà del secolo XVI. L'autore dell'epistolario, arguto e di spirito libero, non tralascia di fare riferimento a momenti della vita quotidiana e ad episodi che, senza le sue annotazioni, avremmo del tutto ignorato. il Marchese di Atripalda Costantino Castriota, discendente dell'antica e famosa casata di Skanderbeg; giudizi taglienti su letterati contemporanei; negromanti , streghe e falsari; considerazioni sui beni mutevoli e sui sentimenti umani.
Venosa nella storia sacra. Traduzione dal latino e commenti sugli scritti di Corsignani. Volume Vol. 2
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2022
pagine: 128
La seconda parte di questa storia del vescovo Corsignani dedicata ai luoghi sacri della città di Venosa e della sua diocesi si conclude con la cronotassi dei suoi vescovi. Pietro Antonio Corsignani, subito dopo di essere stato nominato vescovo da Benedetto XIII, indisse una sinodo diocesana nel 1728. Egli era nato a Celano nella Marsica nel 1678 e si era distinto per i suoi interessi storiografici. E nel tempo che resse questa sede vescovile mise le sue competenze storiografiche per ampliare le conoscenze sull'antichità di una diocesi, quella di Venosa, che vantava origini cristiane antichissime. Egli va alla ricerca dei segni che possano illustrare le vicende della città, quella documentazione epigrafica e documentaria, che lui rimprovera spesse volte mancare all'Ughelli, che aveva scritto una monumentale storia dell'Italia Sacra, diventata un riferimento indiscusso degli studiosi. Il vescovo, però, non trascura nemmeno le devozioni popolari scaturite da fatti eccezionali e diventate patrimonio indiscusso di fede. Molto interessanti sono le notizie che il Corsignani riporta dei vescovi suoi più prossimi predecessori. In particolare quel movimento scaturito a seguito del Concilio di Trento che coinvolse anche le nomine dei nuovi vescovi. A reggere Venosa vengono inviati personaggi di grande valore culturale, provenienti da altre regioni italiane. Interessanti personalità sono il vescovo Scoppa (Stoppa) trasferito dalla città dalmata di Ragusa; come pure il De Laurentiis, a Roma amico della regina Cristina di Svezia. Come si sa, la regina Cristina lasciò il suo regno e, convertitasi al cattolicesimo, visse a Roma raccogliendo intorno a sé illustri personaggi della cultura e promosse l'Accademia dell'Arcadia, ufficialmente fondata nel 1690 l'anno dopo la sua morte. L'appendice bibliografica dei libri consultati dal Corsignani per scrivere quest' opera è tratta dalle sue note al testo latino, a riprova della sua meticolosità di ricercatore e attento studioso.
Messeri del Rinascimento nella Benevento di Paolo III. Aneddoti di Niccolò Franco su abati, putte e streghe
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 106
In questi ultimi anni l'interesse per Nicolò Franco, poeta e scrittore beneventano del XVI secolo, è andato crescendo per una serie di motivazioni. La sua vicenda umana, la condanna per oltraggio e la conseguente esecuzione capitale, è stata oggetto di studio e di ricerche. Come si sa, Nicolò Franco, nato a Benevento nel 1515, dopo aver frequentato gli ambienti culturali di diverse città tra cui Napoli, Venezia, Mantova, Monferrato, Roma, finì i suoi giorni sul patibolo l'11 marzo 1570 in seguito a sentenza del Sant'Uffizio, per aver scritto pamphlet contro famiglie allora in auge nella Chiesa. I suoi libri, che per essere stati pubblicati quando fiorivano in Italia grandi poeti e scrittori, sono stati letti badando più agli accostamenti e ai confronti con essi, oggi ricevono la giusta attenzione di studiosi e lettori, dando il dovuto rilievo ad uno dei protagonisti della letteratura italiana della prima metà del Cinquecento. Per Eleonora Impieri è "Nicolò Franco un uomo di pensiero aperto alle novità intellettuali del suo tempo, degno esponente di una cultura alternativa in grado di ipotizzare e presagire l'immagine di una società felice. Non si tratta di una pura e semplice utopia, bensì di un sogno continuamente riproposto da un moralista non certo privo di contraddizioni e alieno ai compromessi, ma pur sempre vero e autentico in ogni sua dissacrante invettiva sorta dalla sua travagliata esistenza". Delle opere di Nicolò Franco l'Epistolario ha catturato il mio interesse, in particolare, per le sue annotazioni su personaggi e paesi della sua città, Benevento, e Provincia di origine, il Principato Ulteriore. Benevento ha una peculiarità: appartenere allo Stato Pontificio e trovarsi, un' enclave, nel territorio del Regno di Napoli. La città sannita fu l'unico centro urbano del Mezzogiorno che non cadde in potere dei Normanni, essendosi posta sotto la protezione della Chiesa. Nel 1077, infatti, dopo il Principato Longobardo, passò sotto il dominio del Papa e vi rimase quasi ininterrottamente fino all'Unità d'Italia. Quando nacque Nicolò Franco la città di Benevento soffriva dei forti contrasti tra i ceti dei Nobili e dei Popolani. "Dopo la proclamazione di Ferrante d'Aragona a re di Napoli a discapito della dinastia angioina, nel 1458, Benevento allora si trovò divisa in due partiti, quello "di sopra" agganciato alla Rocca e quello "di bascio" ruotante attorno al Duomo. Ciascuno di essi possedeva milizie e bandiere, all'insegna della Rosa Rossa per i soprani e della Rosa Bianca per i sottani. Tutta la città rimase coinvolta dalle dispute diventando teatro di violenze e omicidi: della torbida situazione, inoltre, profittavano banditi e criminali di ogni angolo del Reame che nell'enclave trovavano insperato rifugio. Il massimo del caos assoluto culminò nel 1528 quando settemila Lanzichenecchi di Carlo V, reduci dal sacco di Roma, raggiunsero la città occupandola per due mesi. La situazione fece riflettere i beneventani che, stimolati dalle parole di un famoso frate cappuccino, padre Ludovico Marra, assistito dal governatore Diomede de Beneinbene, si convinsero a riconciliarsi: deposte le armi, fu raggiunto l'accordo. Era il 10 febbraio 1530″. I tre libri dell'Epistolario sono di particolare interesse per ricostruire amicizie, ambienti dei luoghi di origine di Nicolò Franco. Da terra d'Otranto vengono i belli asini. In Puglia si fa buon olio. In quella Calabria gli unichi infilza perle. In Barletta i buoni melloni. In Siena i bravi ingegni. Quanti Cavalieri in quel Napoli. E ancora nomi, personaggi e stravaganze fra Benevento, Montefusco e Atripalda.
Pannarano e il Partenio: spigolature nel paese di Amenta che Caracciolo il galante teneva in signoria nel regno di Napoli
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 96
Il titolo del libro, ti dice già, gentile Lettrice e gentile Lettore, che esso è una raccolta di argomenti attinenti alla storia di Pannarano, senza iniziare dalle origini remote del paese, vere o fantastiche che siano, per finire ai nostri giorni. La sequenza di eventi cronologicamente esposti cede il posto a singoli aspetti della storia di Pannarano. Quali tra di essi siano più o meno interessanti è una valutazione affidata alla vostra discrezione di lettrici e lettori curiosi e attenti. Per chi ha voglia di leggere solamente un capitolo, che dal titolo gli potrà sembrare più interessante, valga il suggerimento che Alessandro Manzoni dà ai lettori de i Promessi Sposi, quando si accinge ad esporre la vita, e tutti i meriti, del Cardinale Federigo Borromeo (cap. XXII): "Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d'andare avanti nella storia [di Renzo e Lucia], salti addirittura al capitolo seguente". Un romanzo va letto in sequenza, per non parlare di quelli gialli dove tutto si dipana come un gomitolo di lana; ma queste pagine di storia di Pannarano, sono dei riquadri, come in un polittico, dove cogliere l'unità dell'insieme è un compito affidato a ogni singolo spettatore/lettore, che sa collegare le parti più interessanti e quelle meno, le più piacevoli e quelle ininfluenti, naturalmente a seconda della sua sensibilità, dei suoi interessi e delle sue conoscenze. La divisione in capitoli è funzionale alla creazione di momenti di pausa all'interno di un'unica narrazione; il titolo, poi, di ciascuno di essi fa quasi da introduzione a quello successivo...
Baci, stupri e lestofanti: i crimini nel Seicento tradotti da Eliseo Danza
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 128
Ecco un secondo volume dedicato ad Eliseo Danza, il giurisperito di Montefusco. Sono nuovi episodi simpatici, grotteschi, a volte inattesi e spesso violenti, trattati con maestri da Danza e tradotti per noi dal preside Iandiorio, in linea con il percoso già avviato in collana. Nel 2016, infatti, venne pubblicato il "Crimine nel Seicento", un' intervista immaginaria al Danza sui reati più frequenti ai tempi suoi, cioè nel secolo decimosettimo. Nella sua opera De Pugna Doctorum, il primo volume edito a Trani nel 1633, il secondo a Montefusco nel 1636 e il terzo a Napoli nel 1642, con un'emissione successiva del 1648, egli espone molti casi di sentenze presso i tribunali del Regno di Napoli dopo disamina accurata della punibilità degli imputati secondo le leggi in vigore. I testi di natura giuridica, abbondanti nel XVII secolo, sono stati in genere trascurati dalla letteratura, forse perché ritenuti troppo tecnici e specifici in materia di legislazione civile e penale. A leggerli, però, si ritrova uno spaccato di vita vissuta, anche se porta alla luce quanto di più abbietto possa esserci nell'uomo. Omicidi, rapine, stupri, violenze inaudite di un uomo contro i suoi simili. Eliseo Danza era nato a Montefusco nel 1584, dove morì nel 1660. Nei suoi tre volumi De Pugna Doctorum descrisse una quantità notevole di casi giudiziari, molti dei quali discussi nella Regia Udienza della sua città, che era capoluogo del Principato Ultra fino al 1806, quando i Francesi venuti nel Regno di Napoli decisero di trasferire il capoluogo del Principato ad Avellino. Anche per questo secondo volume, l'esposizione dei fatti è lasciata alle parole del Danza. Poiché tutta l'opera è scritta da lui in latino, bisogna mettere in conto che la traduzione in italiano potrebbe generare qualche fraintendimento. Dobbiamo avere chiaro che trattiamo di fatti avvenuti quattro secoli fa; e in questo tempo molte cose sono cambiate, e la sensibilità nostra potrebbe reagire in maniera diversa rispetto agli episodi criminali del passato. Alcune controversie riportate in questo secondo volume riguardano, più propriamente, il diritto civile, come il problema di potersi fregiare del titolo di città da parte della Terra di Atripalda. E poi questioni attinenti al reato di offesa alla religione (blasfemia) e agli uomini (ingiuria). Il capitolo finale è sulla violenza fatte alle donne; il reato di stupro doveva essere molto frequente a quei tempi, se ad esso il Danza riserva particolare attenzione. La sensibilità nostra considera insopportabile e ingiustificata qualsiasi forma di violenza fatta alle donne. E questi reati non vanno mai prescritti nella nostra memoria.
Dieci diavolerie beneventane: l'ostessa, le taverne e altre storie scritte da viaggiatori di ogni tempo
Virgilio Iandiorio, Teresa Zeppa
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 128
Il libro di Zeppa e Iandiorio è un continuo susseguirsi di storie, racconti, episodi, antichi e medievali. Risale alla notte dei tempi la storia di un albergo dove si riunivano i viandanti in cerca di storie sulle streghe. Un signore, che è vicino al nostro tavolo, guarda in modo strano la padrona, la moglie del proprietario dell'albergo (regina cauponae) e mi fa cenno di non parlare. La donna è una strega (ci dice a segni di labbra). Ponendo il dito indice sulla sua bocca e con aria stupita:" fate silenzio -soggiunge- non profferite parola. Dio ci guardi da una donna indovina. Fate attenzione a dire qualche parola che possa nuocervi…Questa strega -soggiunge- può far cadere il cielo, e sollevare la terra, far seccare le fontane, fare sciogliere come neve le montagne,far rivivere i morti, togliere forza agli Dei, spegnere le stelle e illuminare persino il Tartaro". Racconta poi delle storie di magia che ella avrebbe fatto: "Un suo amante che, con suo scorno, l'aveva piantata per correre dietro a un'altra, con una sola parola l'ha mutato in un castoro. Anche un oste suo vicino, e perciò suo rivale, lo ha trasformato in una rana, e ora il povero vecchio nuota in una botte di vino e, sepolto nella feccia, chiama raucamente con un gracidio, che vuole essere cortese, i suoi antichi avventori. Un altro - un avvocato - che aveva sparlato contro di lei, lo ha trasformato in montone, e ora quel montone tratta cause in tribunale"...
Venosa e le memorie vescovili. Traduzione dal latino e commenti sugli scritti di Corsignani
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 96
«Alcuni non dubitano che l'origine di questa Città si fondi su Venilia moglie di Dauno e madre di Turno; da qui deriva che le genti di questa regione siano state chiamate Dauni, come attesta il Bergamasco (1). Inoltre Varrone (2) la mette a capo e la fa città principale dell'Apulia con queste parole: "tu chiedi perché il farro è prodotto dai Campani, perché il grano dagli Apuli, perché il vino da Falerno, perché l'olio da Venafro, di questa regione di Apulia la capitale è Venosa". E il Cluverio (3) nella sua Italia antica così dice:" Da Canosa 15 mila passi ad occidente del sole in primavera è distante l'oppido di Venosa al confine degli Apuli, dei Lucani, dei Sanniti cioè degli Irpini. Patria del poeta Orazio, ora dalla gente del posto è detta Venosa ed è menzionata da molti Autori etc."; e il medesimo Ughelli (4), che è solito non avere particolari attenzioni per essa, anche la ricorda. Per questo motivo abbastanza, e anche di più, conosciamo molti uomini importanti, che a questa Città hanno dato molti servigi e ricordi, sicuramente alla sua fama, recando prestigio al suo onore in ogni tempo. Furono questi Caio Sempronio Romano e, tra gli altri, quando si parla della parte Italiana, Plinio, Livio e Appiano, (5) che annoverano Venosa tra le città italiche più importanti; e anche Servio (6), che per scherzo ne fa derivare il nome da Venere. Ma Plutarco (7) nelle imprese di Annibale, e Collenuccio (8) la pongono di gran lunga per importanza tra le città del Regno di Napoli, e ad essa attribuiscono la derivazione del nome per essere stata eretta sopra un tempio di Venere.»
Forenza in Basilicata. Da Forentum citata da Orazio al Castello Florencia dei Re di Sicilia
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 112
“La riscoperta dei borghi come Forenza passa attraverso la riscoperta delle proprie origini, è questo il senso della presente pubblicazione che affidiamo a cittadini e visitatori. Nomi, luoghi, toponimi rappresentano un filo conduttore che dà quel senso di appartenenza ad una comunità a cui tutti a vario titolo siamo legati. Avvertiamo l'esigenza, proprio quando tutto sembra che stia per finire, come a causa della pandemia, di ripescare pezzi del nostro passato raccogliendoli dalla nostra memoria. Se per i casi strani della vita dovessimo perdere "la memoria", verrebbero meno le condizioni che giustificano perché viviamo in forme di vita associata. Colui o colei che nasce in un luogo, in un tempo, si ritrova immesso o immessa, immediatamente, in una storia, in un ambiente che influenzano ciò che ciascuno o ciascuna di noi è. Non bisogna pensare all'identità, la natura della persona, come unicità, non bisogna pensarla come qualche cosa che possa essere astratta dalla vita reale che è sempre in un tempo e in un luogo, cioè non va considerata alla stregua di una specie di destino inesorabile. È cresciuta in questi anni, la consapevolezza degli scambi e degli influssi che collegano tra loro le persone, i popoli, i beni prodotti, le idee, che sebbene distanti nello spazio, sembrano diventare così vicini. fino a parlare di ecumene globale. Le tecnologie mediatiche e i mezzi di trasporto sempre più rapidi, permettono scambi e relazioni con una facilità sconosciuta prima, anche se con modalità diseguali. È un processo che sta annullando i tradizionali confini e che va sempre più modificando l'idea di vicino e lontano. Quello che noi definiamo "locale", se mai lo è stato, non può più essere pensato come spazio definito e autonomo, relazione organica tra un territorio e la sua gente, ma va considerato come incrocio mutevole di influssi e condizionamenti che provengono anche da molto lontano, anche da persone con storie e culture diverse. Con questa prospettiva si può evitare la chiusura nel localismo, mantenendo ciò che del locale è il bene prezioso: la possibilità di farne esperienza diretta, di avere rapporti faccia a faccia con le persone che lo abitano, di osservare la vita quotidianità di essi, di osservare il territorio che è lo scenario e l'oggetto dello svolgimento delle storie, che si sono svolte nelle case, nei vicoli e nelle piazze. È bello sentirsi parte di una storia che ci appartiene, che si respira ad ogni angolo del paese. Le nostre vie che riprendono forma e sostanza. La storia locale non è storia minore, è storia e costituisce il cammino di una comunità e di un luogo ben definito, il luogo che ci vede oggi protagonisti. Auspichiamo di contribuire a dare un impulso all'approfondimento delle nostre origini e del nostro splendido borgo.” Francesco Mastrandrea, Sindaco di Forenza (Pz).
Cronache dei tempi miei. Volume Vol. 2
Loyse De Rosa, Virgilio Iandiorio
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 144
Si è pensato, d'accordo con l'editore, di suddividere la "traduzione" in italiano corrente del manoscritto del De Rosa in più volumi. Al primo volume pubblicato nel mese di gennaio di quest'anno, fa seguito questo secondo e quanto prima sarà dato alle stampe anche il terzo. Un libro "snello" si presta meglio ad essere letto tutto d'un fiato, e accresce la curiosità e l'interesse del lettore per una storia così varia e così ricca di eventi e di personaggi. Questo secondo volume continua la suddivisione in capitoli, come nel primo, dando ad essi un titolo. Si ribadisce che nell'originale l'autore non ha fatto suddivisione in capitoli e paragrafi. Nato a Pozzuoli nel 1385, Loyse De Rosa ha trascorso la sua vita a contatto della corte di Napoli, quale maggiordomo di re e di regine. A metà del secolo XV decide di scrivere della sua esperienza, narrando fatti e personaggi che ha visto di persona o di cui ha ascoltato storie degne di fede. La sua narrazione si arresta all'anno 1475; e questo induce a credere che la sua morte sia avvenuta poco dopo quell'anno. Possiamo definire la sua narrazione popolare? Se popolare sta ad indicare il racconto di fatti "meravigliosi", questo non è sufficiente per dargli tale definizione. Prendiamo la vicenda della crociata, riportata nel primo volume. Il De Rosa descrive il comportamento del Sultano verso i Crociati arrivati per via terra in Palestina. Viene quasi "rivisto" il rapporto dei cristiani con i musulmani, dal momento che quella che doveva essere una guerra, si trasforma in una grande festa. Come non ricordare la Novella IX della decima giornata del Decameron, in cui Boccaccio descrive la cortesia del Saladino. Non saprei dire se De Rosa avesse letto la novella boccacciana, scritta un secolo prima; conosceva, però, la Novella XXIII della raccolta di fine Duecento, che va sotto il nome di Novellino, in cui si racconta della prodezza e generosità del Saladino. In questa novella, i Cavalieri crociati vengono sconfitti da Saladino, e molti di essi fatti prigionieri. Quando un cavaliere francese suo prigioniero, per il quali nutriva molto affetto, gli chiese di poter ritornare in patria, il Saladino non solo lo lasciò libero di partire, ma fece chiamare il suo tesoriere e disse: «Dalli CC (duecento) marchi d'argento. Lo tesoriere li scriveva in escita». Nel racconto di De Rosa i crociati sconfitti ricevono dal Sultano, che li lascia andare liberi, delle somme di denaro, quale rimborso delle spese sostenute per arrivare in Terra Santa con i loro eserciti." Chi avrebbe mai creduto che in queste novelle come nel racconto di De Rosa «ci fosse tanta ricchezza di contenuti e un messaggio così convinto e così ancora attuale di rispetto e di ammirazione, insieme al suggerimento di non rinunciare mai al dialogo interculturale e alla collaborazione, a livello dei popoli più ancora che degli stati».2 La Guerra dei Cent'Anni 3 si era conclusa da poco tempo, ma la vicenda tragica e gloriosa di Giovanna d'Arco era già ampiamente conosciuta in tutto il continente. E De Rosa dimostra non di averne una vaga conoscenza, ma di saperne bene il suo svolgimento. Le Ditié de Jeanne d'Arc di Christine de Pisan del 1429, costituisce una testimonianza notevole degli eventi che sconvolsero la Francia durante la Guerra dei Cent'anni. La poetessa francese (n. Venezia 1364 circa - m. forse Poissy 1429 circa) aveva dunque una cultura moderna che le valse a giusto titolo la qualifica di umanista. «Al momento della presa di Parigi da parte dei Borgognoni, fuggì dalla città in rivolta e dal massacro per ritirarsi in un monastero - forse quello di Poissy, dove la figlia era monaca - per meditare con disperazione sulle disgrazie della sua patria di adozione.
Casale Monferrato e la sua bella gente. Niccolò Franco di Benevento dalla duchessa di Mantova
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2021
pagine: 124
Nel mese di gennaio di due anni fa (era il 2018) venne dedicata molta attenzione al poeta Nicolò Franco, la cui figura fu proposta da ABE, in occasione della Manifestazione StregArte, a Palazzo Paolo V di Benevento, la città dove era nato nel 1515. L'interesse per il poeta beneventano è continuato anche dopo la conclusione della riuscita kermesse. La lettura e lo studio delle sue opere è momento importante per non ripetere valutazioni che la critica letteraria ha codificato. In questo libro, in particolare, ci si sofferma su una delle opere che il Franco scrisse durante il suo soggiorno a Casale Monferrato. Il soggiorno monferrino, durato alcuni anni, consentì al nostro autore di dedicarsi alla stesura del romanzo intitolato Philena, un nome greco attribuito alla donna amata, come, prima di lui, aveva fatto Giovanni Boccaccio, chiamando con nomi greci i protagonisti di alcune sue opere. Con questo romanzo, Philena, il Franco si cimenta con gli autori che avevano trattato, in prosa e in versi, il tema dell'amore, che da passione diventa motivo di riscatto sociale e culturale. Il poeta sembra dirci che la metafora della vita come un sogno, non deve distrarci dalla speranza e dalla ricerca continua del bene, anche quando tutto sembra lasciarci in balia delle onde del mare in tempesta: Noi siamo veramente sembianze d'onde marine, le quali mentre sospinte sono hora da prosperi, e hora da venti avversi, quando avanti si traggono, e quando indietro si chinano. La qual cosa fa, che durar non può sempre il rigor dei contrari fiati. E perciò veggiamo i mari hora con ispumose montagne alzati, e pur' hora ridutti ne le pianezze piacevolissime, cosi come e rapidi torrenti non sempre torbidissimi correre, e danneggiare i confini loro, ma solere a la limpidezza dei lor christalli, e a la lentezza dei corsi in breve spatio ritornare. Il nimico, e guazzoso Verno non è sempre intera parte de la stagione: e veggiamo similmente l'Autunno suto già spogliato de suoi honori, rinvigorirsi tantosto nel verde suo. Mal fa chi d'e vostri pari si trova nel male, e non spera il bene. In appendice mi sono pregiato di ripore la biografia dettagliata che Girolamo Tiraboschi, alla fine del XVIII secolo, dedicò al Franco nella sua monumentale Storia della Letteratura Italiana. Una biografia documentata e attenta, anche se il Tiraboschi non apprezza la sua satira e i suoi atteggiamenti irriguardosi...