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Neri Pozza: I colibrì

Essere altrove. Saggi sull’ebraismo

Essere altrove. Saggi sull’ebraismo

Emilio Jona

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 320

«La sinagoga era in un vecchio edificio, incorporato tra le cinque case della nostra numerosa famiglia nel prezioso borgo antico del Piazzo, che costituivano di fatto il nostro piccolo ghetto». Questo libro contiene trent’anni di riflessioni sull’ebraismo da parte di Emilio Jona, avvocato, poeta, narratore, commediografo e saggista, per sua stessa definizione «ebreo laico, religiosamente agnostico», ma consapevole del margine di mistero che circonda il giudaismo e le sue multiformi realtà. Alla promulgazione delle leggi razziali, nel 1938, Jona aveva undici anni, diciassette quando conobbe i primi sopravvissuti dei campi di sterminio e le loro storie tremende, che Primo Levi avrebbe poi portato alla luce nella sua opera. In queste dense pagine esplora le proprie radici e con esse l’identità ebraica: si addentra nelle ragioni dell’odio che ha circondato e circonda l’ebraismo; esamina il suo fondarsi sulle reti della memoria; il suo rapporto tra memoria e storia; il dubbio metodico che lo accompagna; il suo privilegiare la domanda rispetto alla risposta; l’essere un pensiero del due anziché dell’uno; il rapporto che esso realizza con il testo di ispirazione sacra e le stratificazioni delle sue interpretazioni; il suo coniugare ortodossia e libero arbitrio; il tema della sua sopravvivenza nonostante la dispersione e le costanti persecuzioni del suo popolo, sino agli assassinii di massa che dovevano sanzionarne l’estinzione; il suo rapporto conflittuale col mondo arabo che la creazione dello Stato d’Israele ha determinato o esasperato. E da questa multiforme ricerca, che passa anche dall’analisi dei molti saggi, romanzi, film attraversati dal filo rosso dell’identità ebraica, emergono pagine che rendono conto delle sue tante anime, senza offrire soluzioni ma interrogazioni, riflessioni, curiosità eclettiche, «come fossero foglietti trovati e afferrati per aria».
22,00 €

Guerra totale. La bancarotta bellicista

Guerra totale. La bancarotta bellicista

Domenico Quirico

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 304

«La guerra non è mai fatale, ma sempre perduta»: così Gertrude Stein nell’esergo in apertura di questo libro. Da reporter che è stato presente sui principali fronti di guerra del nostro tempo, Domenico Quirico conosce bene la verità di questa affermazione. Ogni guerra accade per decisione deliberata. Ogni guerra è perciò, secondo l’abusata citazione di von Clausewitz, una continuazione della politica con altri mezzi che presuppone sempre una qualche strategia di conclusione. Ora, che cosa è la guerra in Ucraina? Una guerra di resistenza del popolo ucraino nel più generale confronto tra democrazie e tirannidi trucide? L’eterno Oriente asiatico contro l’eterno Occidente? Il tentativo di ricomporre la frattura spalancata dalla fine del comunismo e di riavviare la Storia? Oppure una colossale guerra del gas e del petrolio ben camuffata da stantii nazionalismi? E, soprattutto, qual è lo scopo della creazione di una furente opinione pubblica bellicista, propensa a dare mandato senza tentennamenti ai pochi decisori del confronto armato? La guerra in Ucraina appare, in queste pagine, come una bancarotta totale. Per Putin, il piccolo zar con le sue parole consunte, i suoi furori ideologici medievali, è la bancarotta dell’illusione di una vittoria breve, destinata a riaffermare unilateralmente e per decreto la Potenza russa. Per Zelensky, che insegue il mito della vittoria assoluta, la bancarotta del suo Paese, destinato a una miseria e distruzione dalle quali occorreranno lustri per uscire. Per l’Occidente, la bancarotta di un conflitto iniziato senza una strategia di conclusione, se non la nuda e semplice sconfitta del nemico. Una prospettiva di certo presente nelle guerre del passato, ma a dir poco insensata in una guerra in cui esiste la possibilità, dopo l’annessione formale del Donbass alla Russia proclamata dalla Duma, di un apocalittico non ritorno. Attraverso pagine veementi, che mostrano la drammatica inadeguatezza di analisti, intelligence e governanti rispetto al compito che la Storia assegna loro, Quirico invita il lettore a riflettere su un conflitto in cui droni e artiglierie spazzano via in un baleno esseri viventi, giovani forti, pieni di vita e di speranze, mostrando quanto sia «fragile ed effimera la vita e quanto criminali siano coloro che per avidità, scombinate ideologie, fanatismo ci hanno costretto un’altra volta a ricordarlo».
19,00 €

Majakovskij. Una vita in gioco

Majakovskij. Una vita in gioco

Bengt Jangfeldt

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 640

Nessuno scrittore ha avuto un’immagine pubblica plasmata in modo così drammatico come Vladimir Majakovskij. Nato nel 1893 e morto suicida nel 1930, visse con un’intensità estenuante i suoi brevi trentasei anni, colmandoli di poesia, teatro, politica e passioni. Personaggio paradossale, incarnò l’avanguardia politica ed estetica dei primi decenni del Novecento. Al tempo stesso, fu un artista al servizio della Rivoluzione. Il suo destino fu segnato dalla tumultuosa relazione con Lili Brik. Il momento decisivo di tutta la sua esistenza è infatti rintracciabile in quel giorno del luglio 1915 nel quale lesse la sua Nuvola in calzoni nell’appartamento di Lili e Osip Brik. Da quella sera in poi, Majakovskij, Lili e Osip divennero inseparabili. Per quindici anni vissero insieme una delle relazioni più straordinarie. Negli anni Venti, la costellazione Majakovskij-Brik divenne l’incarnazione stessa della provocazione letteraria e di una nuova moralità: Vladimir, ovvero il principale poeta della Rivoluzione; Osip, uno dei massimi critici culturali; Lili, il simbolo della donna moderna liberata dalle catene morali della società borghese. Negli ultimi anni, Majakovskij si rese conto di non avere più un ruolo: non c’era più posto per lui nella società che stava prendendo forma, nella quale la letteratura e la politica letteraria erano dominate da individui le cui «qualità» non erano letterarie. Era l’epoca in cui Stalin terrorizzava il milieu degli artisti e dei dirigenti di partito con le sue purghe. Bengt Jangfeldt ricuce la vita e l’opera del poeta alla luce delle drammatiche turbolenze del tempo: dalle innovazioni estetiche dell’avanguardia prerivoluzionaria alle rigidità del realismo socialista, dalla tragedia della Prima guerra mondiale alla violenza e alla speranza nella Rivoluzione bolscevica, dall’avvento del terrore stalinista alla crescente disillusione per il comunismo russo che portò il poeta a togliersi la vita. L’autore ha fatto riemergere dagli archivi dei servizi segreti sovietici, britannici e francesi documenti e immagini inediti e per decenni ha raccolto di prima mano le testimonianze di persone che conobbero «dal di dentro» Majakovskij, prima tra tutte Lili Brik. Questa biografia è stata definita, nelle varie edizioni all’estero, un capolavoro per stile del racconto e per la luce che pone finalmente su una figura tanto controversa. Bengt Jangfeldt offre la prima biografia completa di Majakovskij, rivelando un uomo travagliato, più sognatore che rivoluzionario, più politico romantico che comunista. Un libro che ci svela un poeta affascinante, contraddittorio e frustrante, con una vita che si concluse drammaticamente: il proiettile che penetrò nel cuore di Vladimir Majakovskij fece a pezzi anche il sogno del comunismo e segnò l’inizio dell’incubo stalinista degli anni Trenta.
32,00 €

Il re traditore

Il re traditore

Andrew Lownie

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 416

L’11 dicembre 1936, con il voto di ratifica dell’abdicazione da parte del parlamento inglese, Edoardo viii decade da monarca dopo 326 giorni di regno. David, così lo chiamano in famiglia, avvera in tal modo la premonizione del padre, secondo cui il figlio si sarebbe «rovinato» entro dodici mesi dalla sua morte. Il neoduca di Windsor, però, non ha alcuna percezione della rovina. Dopo aver trascorso il pomeriggio nella casa di campagna di Fort Belvedere, un capriccio reale finto-gotico con batterie di cannoni, merlature e torrette, in cui è sbocciata la sua storia d’amore con Wally Simpson, la donna per la quale ha rinunciato al trono, ritorna al Royal Lodge, bacia e saluta suo fratello – «alla maniera dei massoni» ricorderà Giorgio VI – e si allontana raggiante. Legioni di detrattori hanno gridato allo scandalo per la sua relazione con la commoner americana divorziata, ma ora, dopo l’accettazione della sua rinuncia alla corona, non resta loro che tacere. David e Wally Simpson potranno finalmente vivere, come si suole dire, felici e contenti. Ma sono stati davvero felici e contenti? Per la maggior parte degli storici l’abdicazione di Edoardo VIII costituisce l’epilogo del caso che sconvolse la monarchia, la società e il governo inglesi (Winston Churchill lasciò Fort Belvedere in lacrime, dopo aver pranzato con Edoardo VIII). Per Andrew Lownie ne è soltanto l’inizio. È lo scandaloso esilio del duca di Windsor e di Wally Simpson a gettare, infatti, luce sulla reale personalità dei due amanti, sulla natura della loro relazione e sugli oscuri rapporti che i due intrattennero nel corso dei loro soggiorni in Europa e alle Bahamas. Celebrati come gli esuli glam per eccellenza dalla stampa dell’epoca, i Windsor si svelano, in queste pagine, come capricciosi «pendolari» tra suntuose dimore provenzali e residenze di lusso, adulterini incalliti ossessionati dalla propria immagine al punto da manipolare i media perché li ritraessero come vittime, attori consapevoli di pagine buie della Storia, dalla faida interna alla famiglia reale inglese al tentativo dei nazisti di fare di Edoardo un Pétain inglese, fino all’insabbiamento da parte del duca, in qualità di governatore delle Bahamas, dell’indagine sulla morte di Sir Harry Oakes, il padrone del British Colonial Hotel, suo caro amico. Dopo aver attinto ad archivi finora inesplorati, Lownie illumina la zona d’ombra dietro lo scintillante, fragile mondo del «re traditore» e della commoner americana che, stando a una giornalista dell’American Mercury, «teneva appesa sopra il tavolo da toeletta… una fotografia autografata di von Ribbentrop».
22,00 €

L'avventuriero. Sulle tracce di Nicolò Manucci da Venezia allo Stretto di Hormuz

L'avventuriero. Sulle tracce di Nicolò Manucci da Venezia allo Stretto di Hormuz

Gianni Dubbini Venier

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 240

Venezia, novembre 1653. Nicolò Manucci sale a bordo di un veliero pronto a salpare e si nasconde tra i sacchi delle provviste. Il vascello lascia a poppa le luci notturne di Palazzo Ducale. Destinazione: l’ignoto. Nel Seicento, Venezia rimaneva, assieme a Lisbona, Amsterdam e Londra, una delle principali porte europee verso le sconfinate terre dell’Asia. Da lì partivano mercanti, ambasciatori, consoli, cartografi, navigatori e spie. Nicolò Manucci non era però nessuno di questi. Aveva quattordici anni, era di umili origini ed era appena scappato di casa. A bordo di quella nave il ragazzo venne reclutato da un aristocratico inglese con un braccio solo: Lord Bellomont. L’antesignano agente segreto di Sua Maestà britannica stava svolgendo una delicata missione diplomatica alla corte di Persia. Una volta approdati nel porto ottomano di Smirne, la destinazione dei due avventurieri sarebbe diventata Isfahan, la capitale dell’impero safavide. Isfahan all’epoca veniva soprannominata in persiano «nisf-i-jahan»: «la metà del mondo». Per arrivare nella «la metà del mondo» Manucci e Lord Bellomont avrebbero dovuto attraversare in carovana la Turchia, l’Armenia e gli sconfinati altopiani desertici dell’Iran. Tre secoli dopo, tra l’estate del 2015 e l’inverno del 2016, l’autore si è messo sulle tracce di Manucci insieme alla fotografa Angelica Kaufmann dopo aver ricostruito le sue avventure negli archivi di mezza Europa. Il viaggio procede da Venezia a Smirne allo stretto di Hormuz, oltre cinquemila chilometri via terra, un lungo e impervio tragitto attraverso le frontiere militarizzate delle più instabili regioni del pianeta. Il libro è allo stesso tempo un reportage e una ricerca storica, ma anche un viaggio di formazione, attraverso le geografie culturali più complesse e affascinanti della nostra contemporaneità: un viaggio oggi irripetibile.
22,00 €

Il naufragio di Šostakovič. Arte e cultura sovietica negli anni del terrore staliniano

Il naufragio di Šostakovič. Arte e cultura sovietica negli anni del terrore staliniano

Giorgio Ferrari

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 208

La mattina 28 gennaio del 1936 Dmitrij Šostakovič – che in quel momento si trova ad Archangelsk – sfoglia febbrilmente l’edizione della Pravda. A pagina 3 c’è un editoriale non firmato dal titolo Caos invece di musica. Per la maggior parte dei lettori quel titolo non vuol dire nulla. Per lui invece è una pietra tombale sulla sua carriera di enfant prodige della musica sovietica. Due giorni prima era andata in scena a Mosca al Teatro Bol’šoj una replica dell’opera che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Si tratta di una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, quattro atti ispirati all’omonima novella di Nikolaj Leskov. Allo spettacolo del Bol’šoj sono presenti Molotov, Mikojan e Ždanov, l’arbitro dell’ortodossia culturale comunista. Ma soprattutto è presente Stalin, incuriosito da quella musica che tutto il mondo onora. Inaspettatamente, al terzo atto Stalin abbandona il palco. Non era mai accaduto prima. È un naufragio, ma Šostakovič lo capirà due giorni più tardi. L’editoriale della Pravda è spietato e nessuno dubita che sia vergato dallo stesso Stalin, che preferisce Mozart e Beethoven alle astruserie della modernità: Fin dalle prime battute il pubblico è assalito da un’ondata di sonorità volutamente confuse e discordanti, un formalismo che accarezza il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica≫. Da quel momento il “nemico della patria” Šostakovič attenderà ogni notte davanti alla porta di casa l’arrivo di una Zil nera per essere tradotto alla Lubjanka e fucilato, come accadrà al suo amico regista Mejerchol’d e al maresciallo Tuchačevskij, l’eroe dell’Armata Rossa che ha avuto l’incauta idea di difenderlo. Per il resto della vita, Šostakovič resterà segnato da quell’incubo che lo trasforma – come egli stesso riconoscerà– in una marionetta, un pupazzo di carta appeso a un filo≫. Ma Šostakovič è solo uno dei tanti precipitati nel buio abisso del terrore staliniano. Insieme a milioni di anonimi innocenti in quei terribili anni sparirono nelle purghe di Stalin tante voci illustri, da Osip Mandel’štam a Isaak Babel, mentre altri chinavano il capo ridotti al silenzio, come Anna Achmatova, Aleksandr Blok, Vasilij Grossman, Maksim Gor’kij, Marina Cvetaeva, Michail Bulgakov, Boris Pasternak, Sergej Ėjzenštejn, o venivano costretti all’esilio o indotti a un gesto fatale come Vladimir Majakovskij. Questa è la loro storia.
19,00 €

Emma e l'angelo di Central Park. Storia di un'icona di New York e della donna che la realizzò

Emma e l'angelo di Central Park. Storia di un'icona di New York e della donna che la realizzò

Maria Teresa Cometto

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 208

L’Angelo delle Acque sulla fontana di Bethesda in Central Park è una delle icone di New York e il monumento in assoluto piú fotografato dai turisti e citato nei film. Questo libro rivela la sua storia affascinante e misteriosa, inscindibile da quella dell’artista che l’ha creato centocinquant’anni fa: Emma Stebbins, la prima donna a ricevere la commissione per un’opera d’arte pubblica a New York. Newyorkese doc, Emma ha vissuto nella Roma dei papi dal 1856 al 1870 ed è proprio in Italia che ha trovato l’ispirazione e ha realizzato la statua dell’Angelo. La sua vita è fuori dal comune per l’epoca: è “sposata” all’attrice Charlotte Cushman, antesignana della lotta per il riconoscimento dei diritti dei gay, e fa parte di quella «strana sorellanza di signore scultrici americane che si erano sistemate sui sette colli come uno stormo (o gregge) marmoreo», come le descrive lo scrittore Henry James. Timida e riservata, Emma ha lasciato pochissime tracce di sé. Per ricostruire la sua vita e quella dell’Angelo, Maria Teresa Cometto ha fatto un puntuale lavoro di ricerca fra New York e Roma, negli archivi e nei luoghi dove Emma visse. È riuscita a rintracciare e a raccogliere le testimonianze di due discendenti della scultrice. Ne esce un quadro storico accurato e affascinante, dove la vicenda di Emma spesso si lega a doppio filo a quella personale dell’autrice, che ha dedicato lunghi mesi e molti viaggi per ricostruirne, da zero, i tratti umani e artistici. Il risultato è entusiasmante anche perché coinvolge due città inimitabili, Roma e New York, e intercetta il filo rosso che legava americani e italiani progressisti di quegli anni: il movimento contro la schiavitú negli Stati Uniti e il Risorgimento in Italia. Questa è in assoluto la prima biografia di Emma Stebbins, che solo negli ultimi mesi – anche sulla scia del lavoro di Cometto – è stata riscoperta negli Stati Uniti.
20,00 €

Il prezzo della pace. Economia, democrazia e la vita di John Maynard Keynes

Il prezzo della pace. Economia, democrazia e la vita di John Maynard Keynes

Zachary D. Carter

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 642

John Maynard Keynes è l'economista che ha rivoluzionato il pensiero politico ed economico del Novecento, e seguita ancora oggi a suggerire soluzioni ogni qual volta le crisi economiche e le relazioni internazionali minacciano le democrazie. Il suo nome perciò ricorre spessissimo nelle discussioni politiche e nelle dispute economiche odierne, soprattutto quando il mondo si inceppa. È noto che fu lui a comprendere per primo che il trattato di pace firmato alla fine della Prima guerra mondiale avrebbe generato un nuovo conflitto planetario per le condizioni troppo umilianti imposte alla Germania. Fu lui a suggerire le politiche economiche che consentirono all'Occidente di uscire dalla grande crisi del 1929. E fu ancora lui a immaginare il sistema monetario internazionale che avrebbe dovuto favorire la rinascita economica dell'Europa rasa al suolo dalla Seconda guerra mondiale. La sua eccezionale esperienza umana e intellettuale è, tuttavia, conosciuta da pochi. Molti, infatti, ignorano che Keynes era anche un fine intellettuale, cresciuto nella Cambridge tra fine Ottocento e inizio Novecento, amico dei personaggi più eccentrici dell'epoca, da Bertrand Russell a Ludwig Wittgenstein, da Virginia Woolf a Lytton Strachey, e propugnatore di idee economiche democratiche ispirate alla giustizia sociale. Fu il primo vero lib-lab della storia. Tra gli animatori della sofisticata enclave londinese di Bloomsbury, ebbe una vita intensa e «spericolata». Omosessuale quando nel Regno Unito era ancora un delitto, alla soglia dei quarant'anni si innamorò di una ballerina russa «scandalizzando i suoi amici». Questa biografia ricostruisce la parabola intellettuale dell'uomo e, al tempo stesso, fornisce un vivido spaccato delle società britannica ed europea tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento.
28,00 €

Sotto un cielo bianco. La natura del futuro

Sotto un cielo bianco. La natura del futuro

Elizabeth Kolbert

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 240

Nel 1962 la biologa Rachel Carson, considerata madre dell’ambientalismo, in "Primavera silenziosa" metteva in guardia il mondo contro l’uso di pesticidi, una clava contro gli esseri viventi. Oggi, sessant’anni dopo, nel bel mezzo dell’Antropocene, l’era geologica in cui la profezia dell’uomo dominatore «su tutta la terra e su ogni rettile che vi strisci sopra» si è fatta realtà, lasciare che la natura ripari sé stessa non sembra più un’opzione percorribile. Dopo "La sesta estinzione" che le è valso il Pulitzer, Elizabeth Kolbert riprende la parola con autorevolezza nel dibattito globale sul cambiamento climatico per analizzare da vicino alcune recenti, raffinatissime tecnologie messe in atto per invertire quella caduta verticale verso il disastro irreversibile. Partendo dunque dal presupposto che nemmeno l’immediata (e inattuabile) dismissione di secoli di progresso tecnologico ci restituirebbe ipso facto la natura, bisogna guardare con attenzione a tutti i tentativi di salvare il pianeta. Anche ai più stravaganti, anche a quelli più pericolosi. Perché, in effetti, il paradosso dell’Antropocene è la ricerca di soluzioni tecnologiche a problemi creati da chi cercava a sua volta soluzioni tecnologiche a problemi precedenti. Kolbert dunque incontra biologi che cercano di preservare il pesce più raro del mondo che vive in una minuscola pozza nel deserto del Mojave, ingegneri islandesi che trasformano l’anidride carbonica in roccia, ricercatori australiani che tentano di selezionare un supercorallo che sopravviva al mare troppo caldo e acido, genetisti che modificano specie animali per farle estinguere, fisici che progettano di sparare nella stratosfera microscopici diamanti che intercettino la luce solare, raffrescando la terra ma cambiando il colore del cielo. Sono diecimila anni che l’umanità si esercita a sfidare la natura, e se Kolbert nel libro precedente aveva esplorato i modi in cui la nostra capacità di distruzione ha rimodellato il mondo naturale, ora invita a concentrarsi sulle sfide che ci attendono. Anche se si tratta di fiumi elettrificati, di roditori e rospi “riprogettati”, di grotte finte, del cielo sopra le nostre teste che potrebbe diventare bianco.
18,00 €

L'idea russa. Da Dostoevskij a Putin

L'idea russa. Da Dostoevskij a Putin

Bengt Jangfeldt

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 192

Un’idea percorre la storia della Russia e attraversa i secoli per giungere fino a noi, da Dostoevskij fino a Putin: l’idea dell’eccezionalità della Russia, di un Impero che non è né Occidente né Oriente e che, perciò, può congiungere i due mondi in nome di una sua peculiare forza morale e spirituale. «È ora che io passi alla storia» ha dichiarato Putin a un giornalista russo nel lontano settembre 2013. Non vi sono dubbi che l’obiettivo di Putin sia ricostituire l’Impero russo. Su quali basi, su quali idee, però, si fonda questo disegno, oltre che, naturalmente, sulla forza delle armi? La risposta sta, secondo Bengt Jangfeldt, uno dei maggiori studiosi internazionali di letteratura russa, nelle idee sull’identità nazionale russa formulate da filosofi e scrittori sin dalla metà del XIX secolo. In Fëdor Dostoevskij, il grande autore di indimenticabili capolavori della letteratura, che scrive: «C’è una sola verità, e solo un popolo può avere un vero Dio. L’unico popolo portatore di Dio è il russo». In Nikolaj Danilevskij, l’autore di Russia ed Europa, che afferma: «La Russia può conquistare un posto nella storia degno di sé e dei popoli slavi solo ponendosi a guida di un sistema indipendente di Stati e agendo da contrappeso all’Europa in tutte le sue manifestazioni». In Nikolaj Trubeckoj, l’inventore del movimento politico-filosofico chiamato eurasismo per il quale il «mondo russo» è uno spazio che comprende Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. E naturalmente in Aleksandr Dugin e il suo sogno della Grande Russia eurasiatica. Attraverso un agile excursus storico, Bengt Jangfeldt mostra come, formulata circa due secoli fa, all’epoca di Nicola I, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e in particolare nell’era di Putin, l’idea che la Russia sia una civiltà a sé abbia conosciuto «una straordinaria rinascita al punto che, sotto il nome di patriottismo, sia arrivata a sostituire il comunismo come ideologia di Stato». L’«idea russa», la chiamava Dostoevskij. A quest’idea sono dedicate le pagine che seguono, indispensabili per capire realmente che cosa è in gioco nella «terra di frontiera» chiamata Ucraina.
18,00 €

La gentilezza della ragione

La gentilezza della ragione

Ferdinand von Schirach, Alexander Kluge

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 144

Se un'intelligenza extraterrestre si avvicinasse alla Terra, vedrebbe di lontano quel puntino celeste che è il nostro pianeta. Ma il suo sguardo si soffermerebbe anche su minuscoli segnali luminosi, una sorta di presenza spirituale coerente: la traccia lasciata dai grandi pensatori di ogni epoca. Si aprono così, con quest'immagine visionaria, le cinque conversazioni che compongono "La gentilezza della ragione". Alexander Kluge e Ferdinand von Schirach, intellettuali, scrittori ma anche giuristi, si incontrano, dialogano, si completano, si contrappongono, come in quell'agorà dove Socrate cercava discepoli ma anche contraddittori. Proprio come nella piazza ateniese, in queste pagine Kluge e von Schirach discorrono di grandi temi morali partendo dallo spunto di quelli che possono riduttivamente definirsi casi giudiziari, con l'acume analitico degli uomini di diritto, ma anche con lo «sguardo nel cuore umano», come lo chiamava Schiller, dei letterati. A cominciare dal caso di Socrate, della sua rinuncia all'autodifesa e della conseguente condanna a morte. A seguire con Voltaire e la sua pubblica battaglia per riabilitare, in maniera postuma, l'innocenza di Jean Calas, un uomo giustiziato in modo atroce. E con Heinrich von Kleist e il suo racconto del Trovatello per indagare la malvagità e, in ultima istanza, la solitudine estrema dell'essere umano. Tre figure fondamentali per il pensiero occidentale, accomunate, secondo gli autori, da una razionalità "gentile", che mai rinuncia al mito e alla trascendenza. Come una Wunderkammer rinascimentale, questo libro è una stanza delle meraviglie che trabocca di suggestioni antiche e nuove per ragionare di questioni fondamentali come il diritto e la società, i pericoli della democrazia diretta e dei social media, la realtà e la sua rappresentazione, la verità autonoma della letteratura. Per definire cosa in fin dei conti ci rende realmente umani.
17,00 €

Seicento giorni di terrore a Milano. Vita quotidiana ai tempi di Salò

Seicento giorni di terrore a Milano. Vita quotidiana ai tempi di Salò

Marco Cuzzi

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2022

pagine: 464

Salvatore Quasimodo restituisce la drammatica immagine della città nelle poche righe della sua disperata poesia "Milano, agosto 1943": «Invano cerchi tra la polvere: / povera mano, la città è morta. / È morta: s’è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio…». I bombardamenti hanno costretto a sfollare mezzo milione di milanesi, e molti senza tetto non sanno dove andare. Entro la cerchia dei Navigli, oltre i due terzi delle case sono distrutte o seriamente danneggiate. Ma il peggio deve ancora venire. Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 Milano vive i suoi giorni più terribili. Firmato l’armistizio, il generale Ruggero, che comanda la piazza di Milano, negozia un trattamento “umano” da parte dei tedeschi. Ma è una trappola e pochi giorni dopo viene arrestato. La città cade in mano alle SS, che operano e soprattutto torturano all’Albergo Diana e al Regina. Prendono il sopravvento i fascisti più violenti, affiancati da illusi e irriducibili. Podestà e prefetti moderati vengono emarginati e la spoliazione della città procede a tappe spedite. Il famigerato Franco Colombo crea la Muti, congrega di assassini e torturatori a cui si aggiungono, provenienti da Roma, quelli della banda Koch. C’è una palazzina Liberty, in zona Lotto-Fiera, dove danno sfogo al loro sadismo sui prigionieri: verrà ricordata come Villa Triste. I tedeschi fanno smontare i macchinari delle grandi fabbriche per spedirli in Germania e impongono contributi in minerali, oro e persino in polli, maiali e mucche. Poi comincia il rastrellamento degli ebrei e il loro invio nei campi di sterminio dal Binario 21 della Stazione Centrale. In quest’inferno la gente cerca una parvenza di normalità. Nel 1944 i cinema e i teatri sono pieni. Si proiettano film e si danno spettacoli che nulla hanno a che vedere con la guerra: storie d’amore o d’avventura. I ristoranti prendono il nome di “refettori” e i bordelli diventano il luogo di trattative segrete. Venerdì 20 ottobre 1944 è il più drammatico dei seicento giorni. I bombardieri americani di ritorno da un raid sulle fabbriche della città sganciano le ultime bombe su Gorla, un quartiere nel Nordest, dove centrano la scuola Crispi. Il bilancio è spaventoso: 614 morti e almeno 600 feriti gravi; tra questi, 184 alunni, la direttrice e 19 tra maestri, bidelli e collaboratori. Mussolini intanto si tiene distante dalla città. Torna a Milano, dove la sua parabola era cominciata, solo alla fine… per il tragico epilogo.
22,00 €

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