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Neri Pozza: I colibrì

Storia della canzone napoletana

Storia della canzone napoletana

Pasquale Scialò

Libro: Libro rilegato

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 336

"Nanà, Nanù, Makabù, Evviva 'a tessera" si canta a Napoli nei primi anni Trenta: nomi esotici della canzone coloniale e grida di giubilo della propaganda fascista. Le canzonette di regime, tuttavia, non riescono per fortuna a occupare tutta la scena. Intorno alla metà degli anni Trenta non mancano infatti capolavori come Passione e, all'inizio degli anni Quaranta, gemme del genere comico come Ciccio Formaggio. È a partire dal secondo dopoguerra che la canzone napoletana sviluppa con nuove forme la sua costitutiva natura ibrida, rielaborando alla sua maniera le nuove tendenze che avanzano sulla scena musicale internazionale. Da Tammurriata nera e Pistol packin' mama dell'immediato dopoguerra si passa agli anni Cinquanta, in cui, accanto a canzoni destinate a permanere (Sciummo, Lazzarella, Guaglione, Tu si' na cosa grande), si inaugura il «bainait» napoletano con i suoi innesti fra tradizioni locali e matrici d'oltreoceano (Nun è peccato, Anema e core, Accarézzame!, Na voce, na chitarra e 'o ppoco 'e luna) e in cui Renato Carosone si fa largo prepotentemente sulla scena a tempo di boogie woogie e quick step. Poi arriva la stagione irripetibile degli anni Settanta, nella quale tendenze diverse convivono come in un arcipelago formato da isole immerse nel mare della lingua napoletana (James Senese, il rock progressive degli Osanna, il giovane music maker Pino Daniele e, negli stessi incredibili anni, la sceneggiata di Mario Merola e Pino Mauro e la nuova canzone sottoproletaria di Patrizio e Nino D'Angelo), fino ai neomelodici e ai singolari esiti del nuovo Millennio, in cui il rap e fenomeni come Liberato pongono allo studioso problemi di non facile risposta. Su questa ampia scena musicale si snoda il racconto della canzone napoletana dal 1932 al 2003, in un'appassionante narrazione che mescola costume, documenti musicali, interviste inedite, immagini, letteratura, cinema, teatro, clip. Una storia lunga e articolata, che include testi originali con traduzione a fronte, una bibliografia ragionata e un indice dei nomi dei protagonisti e delle canzoni citate.
30,00 €

Addio Kabul

Addio Kabul

Farhad Bitani, Domenico Quirico

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 336

Nell'agosto del 2021 l'esercito degli Stati Uniti ha lasciato definitivamente Kabul dopo aver combattuto una lunghissima e sanguinosa guerra. Ora che la sconfitta è venuta, è il momento di ammetterlo: l'America, l'Occidente, sono rimasti vent'anni in Afghanistan, vi hanno condotto una guerra, scelto e gettato via alleati e governanti, distribuito denaro (150 miliardi dollari l'anno) e ucciso migliaia di persone sulla base di un'antropologia immaginaria, tutta agghindata di mediocri astuzie: una favola che dava una forma confortante ai nostri desideri poiché, al di là del folclore e della storia, non ci siamo mai veramente occupati di chi siano gli afghani; non erano infatti i loro guai la ragione per cui eravamo andati in Afghanistan. Oggi, dopo vent'anni di questa fiaba sanguinaria, ancora non sappiamo chi sono davvero i talebani che ci hanno cacciati via, sono rimasti qualcosa di inaccessibile e di oscuro: quali classi sociali rappresentano? Dove reclutano martiri e guerrieri infiniti? Perché, e in che modo, ridotti a turbe di fuggiaschi sconfitti del 2002, sono diventati la bufera che a passi di lupo ha conquistato il paese? Da questa domanda nasce il presente libro, che è un dialogo notturno tra un ex capitano dell'esercito afghano e un giornalista occidentale, ed è fatto di semplice discorrere e narrare come in un accampamento attorno al fuoco, mentre la notte incombe. Un dialogo che è un viaggio dentro al cuore di tenebra dell'Afghanistan e una lunga meditazione sulla violenza che ha travolto un paese e rischia di condurlo al collasso.
18,00 €

Terra fragile. Il cambiamento climatico nei reportage del New Yorker

Terra fragile. Il cambiamento climatico nei reportage del New Yorker

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 512

Una raccolta di reportage sul cambiamento climatico, apparsi sul New Yorker negli ultimi trent'anni, dalle penne di Bill McKibben, Elizabeth Kolbert, Jonathan Franzen, Kathryn Schulz e molti altri. Il New Yorker vanta una solida tradizione di articoli sulla vulnerabilità del mondo naturale che risale sino ai primi anni Cinquanta. Da quando, però, nel giugno del 1988, James Hansen, uno studioso delle condizioni atmosferiche del pianeta, mostrò al senato americano che il consumo sfrenato di combustibili fossili produceva un inusitato riscaldamento della terra dalle possibili, catastrofiche conseguenze, gli scritti sulla vulnerabilità lasciarono il posto, sulle pagine del New Yorker, ad ampi, meditati reportage sul cambiamento climatico e sui suoi nefasti esiti. Nel 1989 apparve un lungo saggio di Bill McKibben intitolato "Riflessioni: La fine della natura". Era la prima accurata analisi, condotta in ambito non scientifico, della sparizione di ogni ecosistema non influenzato dall'attività dell'uomo e, di conseguenza, dei disastri ambientali generati dall'irruzione di tale evento nella storia naturale del pianeta. In quegli anni, tuttavia, in cui non si assisteva ancora allo scioglimento delle calotte glaciali e all'estinzione massiccia di alcune specie, il saggio apparve come una sorta di letteratura fantastica che non offriva altro che uno scenario distopico. Oggi, le argomentazioni di Bill McKibben e le previsioni di Hansen – violenti uragani, siccità, incendi e alluvioni – non soltanto si sono dimostrate profetiche, ma in alcuni casi sono state tristemente superate. Ondate di caldo record, livello dei mari in aumento, ghiacciai che minacciano di scomparire, calotte sempre più sottili, estinzioni di numerose specie sono all'ordine del giorno. I reportage, apparsi sul New Yorker dagli anni Ottanta in poi, e raccolti in questo volume da David Remnick e Henry Finder, ripercorrono la storia di questa drammatica crisi ambientale. Dalla Groenlandia alle Grandi Pianure, da sepolcrali laboratori a foreste pluviali color smeraldo, attraverso gli scritti di divulgatori scientifici, saggisti e altri autori impegnati a «riflettere in mezzo alle intemperie», i diversi approcci al tema del cambiamento climatico presenti in queste pagine offrono un quadro esaustivo di ciò che ci aspetta nell'immediato futuro. Un quadro che ha un solo scopo: destare un comune desiderio di cambiamento e chiamare all'impegno per cercare di evitare, o almeno saper affrontare, i disastri causati dagli sconvolgimenti ambientali in corso. Con questo libro contribuisci a piantare nuovi alberi nella "Foresta Neri Pozza" su Treedom. Postfazione di Elizabeth Kolbert.
25,00 €

Il caso Mussolini

Il caso Mussolini

Maurizio Serra

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 512

Questo libro non è una biografia di Mussolini, né una ricostruzione della società italiana dal ventennio fascista fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. È il tentativo di mettere in luce un caso che continua a pesare sulla coscienza degli italiani a più di settant'anni dalla caduta del fascismo: il caso di un uomo che fece di tutto per restare indecifrabile e divenne, in tal modo, un simbolo delle peggiori passioni collettive. Attraverso un'ampia e rigorosa documentazione, Maurizio Serra esamina tutti gli aspetti della vicenda politica e umana di Mussolini: ne indaga le pulsioni profonde, le scelte (e non scelte), le affermazioni e i comportamenti che si sono riverberati sul destino dell'Italia. Ne emerge il ritratto di un uomo in cui la dissimulazione è una costante dall'inizio alla fine. Un uomo mosso da un perenne risentimento, da un permanente istinto di difesa e offesa, e la cui natura di commediante – la parola alata, la mascella (o mandibola) protesa e il petto in fuori –cela il disagio nei contatti riavvicinati e nei bagni di folla. Un uomo che vuole incarnare l'antica figura del condottiero e crede, ad un tempo, nell'Uomo nuovo che l'epoca della tecnica annuncia. Un adepto della modernità e dei suoi miti che si rivela tragicamente in ritardo di fronte alle sfide che l'epoca moderna comporta: l'avvento degli Stati Uniti quale superpotenza mondiale, la marginalizzazione dell'Europa, le prime crepe del colonialismo, la vera natura della tecnica, la scoperta dell'energia nucleare ecc. Un capo militare che in guerra parla di «otto milioni di baionette», pronti a conquistare il terreno palmo a palmo, e ignora così la lezione dei disastri del 1914-1918, come pure le nuove concezioni militari degli inglesi e della "guerra lampo" tedesca. Un uomo, infine, che nel momento del naufragio delle sue illusioni, incapace di riconoscere la propria responsabilità, attribuisce il disastro al popolo italiano che, sue parole, «nella sua profonda e manifesta ingratitudine, si è dimostrato plebe». Di quest'uomo esiste una versione riduzionistica che vede in lui una sorta di «tumore benigno», rispetto a quello, «maligno», dei vari Hitler e Stalin. Diffusa, anche all'estero, è l'idea che il totalitarismo fascista sia stato un totalitarismo "all'italiana", meno letale del suo equivalente nazista. Nella vasta letteratura esistente sul duce e sul fascismo, il ritratto di Mussolini che emerge in queste pagine costituisce una radicale smentita di queste tesi. Razza, rito e guerra – la triade costitutiva della fenomenologia fascista – hanno, per Serra, da sempre guidato l'azione di Mussolini, un uomo, «indifferente, nutrito di un'impassibilità rara nel nostro carattere e nella nostra storia». Comprendere chi realmente fosse – lo scopo proprio di queste pagine – è perciò il compito indispensabile per chiudere definitivamente i conti con «il fascismo che non passa».
19,00 €

L'odissea dei geni

L'odissea dei geni

Èveline Heyer

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 272

Uno degli aspetti più affascinanti della genetica è rappresentato dal fatto che, partendo dal DNA appartenente a individui viventi oggi, sia possibile ricostruire l’evoluzione di interi popoli. I geni sono infatti una straordinaria macchina del tempo capace di approdare a un passato dove nessun archivio è disponibile. Antropologa genetica, Évelyne Heyer da anni si interessa della diversità e della storia degli esseri umani raccontate dalla genetica, con un’attenzione particolare ai movimenti migratori che hanno scandito la conquista del globo. Come è possibile che, da un pugno di sapiens erranti nella savana, la specie umana sia diventata la specie dominante in solo pochi milioni di anni? Fino a che punto il nostro genoma si è modificato per far fronte alle sfide dei nuovi climi? La risposta a queste domande, situate nell’intimo delle nostre cellule, risultava inaccessibile fino a poco tempo fa. Ma oggi, grazie alla potenza dell’informatica e a tecnologie di amplificazione dell’informazione genetica, sappiamo far parlare non solo il DNA di esseri umani attuali, ma anche quello dei nostri lontani antenati. Viaggiando dalla Siberia all’Asia centrale, fino all’Africa, calcando deserti e steppe che si stendono a perdita d’occhio e percorrendo monti dai sentieri bruciati dal sole, Évelyne Heyer cammina al fianco di specie scomparse come Neanderthal e Denisova, ma anche in compagnia dei primi agricoltori della Mezzaluna fertile, del misterioso popolo delle steppe, forse all’origine delle lingue indoeuropee, e di Gengis Khan, dal quale discenderebbe il 10% dei cinesi e dei mongoli attuali. Un’affascinante odissea che, volgendosi al passato, ci proietta nel futuro, rispondendo a una serie di urgenti domande del nostro presente: c’è un limite all’allungamento della speranza di vita? Come quantificare l’influenza dell’ambiente? E, soprattutto, quali vie seguire affinché l’epopea umana prosegua in armonia con il pianeta?
22,00 €

La donna che osò amare se stessa. Indagine sulla contessa di Castiglione

La donna che osò amare se stessa. Indagine sulla contessa di Castiglione

Valeria Palumbo

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 176

Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, è una delle donne più fotografate, ritratte, adulate e criticate dell’Ottocento. In vita è stata raccontata, di volta in volta, come la più bella e la più spregiudicata delle dame alla corte di Napoleone III, perversa fin da ragazza, agente di Cavour, amica dei potenti, avida, passionale, la belle dame sans merci, speculatrice in Borsa, alleata dei Rothschild, presto appassita, pazza… Proclamava di aver fatto l’Italia e salvato il papato, però non ha trovato posto nel Pantheon dei fondatori della patria, peraltro tutti maschi fino a tempi recentissimi. Le corti europee, all’epoca, pullulavano di giovani donne belle, intelligenti, colte, disinvolte che servivano interessi vari, economici e politici, alimentando una diplomazia parallela; diplomazia, sia inteso, affidata anche agli uomini, solo che a loro poi toccavano onori, cariche e gloria, come al bel Costantino Nigra, spedito da Cavour ad adulare l’imperatrice Eugenia. Alle donne no: scaduto il tempo di una breve giovinezza restava solo (come accadde a Virginia) la possibilità di muovere le fila di relazioni pazientemente costruite. Ma nell’ombra. Senza titoli. E, cosa che spesso si dimentica, in un quadro giuridico terrificante: l’Italia si fece senza rendere le donne cittadine. Anzi, seguendo proprio il codice napoleonico, rendendole schiave dei loro mariti. Virginia non fu una intellettuale da campi di battaglia o da salotti militanti. Non conobbe il significato della parola solidarietà. Provò a farcela da sola. Quale donna avrebbe potuto vincere in un gioco così impari, le cui regole erano stabilite dagli uomini? Rivendicando regole proprie, è stata travolta dalla macchina del fango: raccontarla come una “peccatrice” è stato un abile stratagemma per giustificare l’esclusione di tutte le donne da quell’agone. Valeria Palumbo è tornata nei luoghi dove Virginia ha vissuto i suoi splendori e le sue miserie, ne ha ricalcato le orme e riletto i documenti che la riguardano, facendo nuova luce su una storia raccontata solo a metà. «La particolarità di Virginia è che la costruzione della sua “favola” è iniziata subito... è evidente da tempo che la visione tutta maschile di Gozzano, secondo cui per una donna è impossibile vivere per sè, tranne che non sia una perfetta e rapace egoista, ha dominato il racconto della sua vicenda».
18,00 €

Il potere del ciarlatano

Il potere del ciarlatano

Grete de Francesco

Libro: Copertina morbida

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 320

La figura del ciarlatano, di «colui che si vanta di sapere qualcosa che non conosce, di avere capacità che non ha», appartiene a ogni epoca della storia dell'umanità. Persino, come si ricava dalle pagine di questo libro, a quella rischiarata dai lumi, in cui il mito della ragione generò legioni intere di ciarlatani. Tuttavia, se ogni epoca ha i suoi ciarlatani, non in tutte le epoche la ciarlataneria viene usata a fini politici, penetrando nell'ambito proprio del potere e del discorso pubblico, come accadde invece negli anni più bui del secolo scorso. Margarethe Weissenstein De Francesco nacque a Vienna nel 1983 da una famiglia di origine ebraica e morì presumibilmente nel febbraio del 1945 nel campo di concentramento di Ravensbrück. Singolare studiosa, visse alternativamente a Vienna, a Berlino, a Salisburgo, a Parigi e in Italia, dove sposò l'ingegnere di Rovereto Giulio De Francesco. Nel 1930, durante il suo soggiorno berlinese - che durò sino al 1934, il tempo di assistere all'insorgere del terrore nazista - Grete De Francesco ebbe tra le mani la novella di Thomas Mann "Mario e il mago". Fu una lettura rivelatrice per lei, al punto tale da risultare decisiva nella stesura de Il potere del ciarlatano. Nella figura di Cipolla, il mago, l'illusionista che, nell'opera di Mann, incanta le folle, Grete De Francesco colse non soltanto l'archetipo di tutti i ciarlatani possibili, ma soprattutto il segnale d'allarme, il presentimento della barbarie in agguato, tutto il peso della minaccia, spaventosa e letale, del dittatore che ipnotizza e soggioga le masse. Raccolse così e mise insieme uno sterminato materiale sulla figura del ciarlatano e, nel 1937, pubblicò il suo libro presso l'editore svizzero Schwabe. Mann lo accolse con grande favore, Walter Benjamin ne lodò la rarità del materiale e lo scrupolo con cui era stato raccolto, ma criticò il proposito di rappresentare il ciarlatano come «parente spirituale» dei detentori del potere del tempo. Grete De Francesco ribattè allora con un'osservazione che costituisce un monito irrinunciabile per la nostra epoca e racchiude, insieme, la stringente attualità della sua opera: i ciarlatani non sono i predecessori dei criminali politici poichè non presentano «caratteristiche tipicamente criminali nel loro carattere», tuttavia non vi è criminale politico che non usi «metodi specificamente ciarlataneschi» per raggiungere i suoi obiettivi.
22,00 €

Le gioie del sanscrito

Le gioie del sanscrito

Giovanna Ghidetti

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 192

Che cos'è il sanscrito, visto da noi occidentali? Perché piace tanto a intellettuali, sceneggiatori, musicisti e persino fumettisti, visto che quasi nessuno lo parla? Ma soprattutto: perché mai dovrebbe interessarci oggi studiare un idioma antico dell'India, tanto lontano nel tempo e nello spazio? Ripercorrendo la storia della conoscenza di questa lingua, che ha caratteristiche diverse da ogni altra, si può scoprire quanto sia un luogo comune che le lettere antiche siano morte e inattuali. Il sanscrito in particolare ha fama di essere al tempo stesso ostico ed esotico, un codice magico per adepti e mistici oppure un vezzo per virtuosisti da salotto o semplicemente un gergo per appassionati di discipline orientali: invece ricopre un ruolo fondamentale non solo per la linguistica ma anche per lo studio della logica. Apprenderne la grammatica è un allenamento formidabile per la mente, per l'uso delle categorie razionali e anche come introduzione all'informatica. Le vicende che hanno accompagnato la scoperta di questa «lingua perfetta», dall'oriente antico all'occidente moderno, raccontano come sia stata oggetto da un lato di una minuziosa analisi che ne ha fatto uno strumento fondamentale per capire il funzionamento del linguaggio e della mente umana; e dall'altro di malintesi e mistificazioni che hanno portato a credenze del tutto infondate e talvolta anche tragicamente pericolose. Attraverso le esperienze di autorevoli studiosi e semplici studenti alle prese con questa materia, e non senza un pizzico di ironia, si può sfatare qualche mito, svelare qualche mistero e scoprire che una cultura apparentemente estranea e difficile, nelle sue molte sfaccettature, è in realtà ben più presente nella nostra vita quotidiana di quanto possiamo immaginare.
18,00 €

La voce d'oro di Mussolini. Storia di Lisa Sergio, la donna che visse tre volte

La voce d'oro di Mussolini. Storia di Lisa Sergio, la donna che visse tre volte

Sandro Gerbi

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 224

Chi era l'elegante figurina che la sera del 9 maggio 1936, dai gradini più alti del Vittoriano, trasmetteva in inglese il famoso discorso di Mussolini sulla conquista dell'Impero? Si chiamava Lisa Sergio (1905-1989) e stava vivendo la sua prima incarnazione: quella della «fervente fascista», nota all'estero come la «voce d'oro» di Roma. Giornalista fiorentina plurilingue, di madre americana e padre napoletano, nel 1937 fu licenziata dal ministero della Propaganda forse perchè sospettata di mormorare contro il regime o più probabilmente perché ritenuta troppo loquace circa una sua breve relazione con il genero del duce Galeazzo Ciano. Protetta da Guglielmo Marconi, approdò negli Stati Uniti nel 1937 e ricominciò una brillante carriera radiofonica all'insegna della democrazia americana: ecco la sua seconda vita. Dopo la guerra però, ottenuta la nazionalità statunitense, fu accusata dall'FBI di simpatie per il comunismo, allontanata dalla radio e inserita in alcune «liste nere» da seguaci del maccartismo. Alla fine decise di trasferirsi a Washington, dove si reinventò come conferenziera. Questo libro, frutto di un trentennale scavo in archivi pubblici e privati, racconta la sua triplice, avventurosa esistenza. E cerca allo stesso tempo di ripristinare alcune verità, che lo scorrere del tempo, la concretezza dei documenti e l'ostinazione propria dei ricercatori lasciano impudentemente affiorare.
18,00 €

La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso

La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso

Pier Luigi Vercesi

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 288

Donna bellissima e indomabile. Figlia del marchese Trivulzio, tra gli uomini più ricchi di Lombardia, a sedici anni sfida la famiglia rifiutandosi di sposare il marito scelto per lei e convola a nozze con il principe Emilio Barbiano di Belgioioso, bello e maledetto, carbonaro e playboy nella Milano degli anni Venti dell'Ottocento. Passano pochi anni e decide di abbandonarlo perché non accetta di essere tradita, dando ovviamente scandalo. La Milano austriaca le sta ormai stretta. Comincia la sua carriera di esule e di finanziatrice di disperate spedizioni patriottiche. A Parigi, dopo aver vissuto qualche anno nell'indigenza perché l'Austria ha sequestrato i suoi beni (la aiuta l'eroe delle due rivoluzioni, il marchese di Lafayette che si innamora di lei), inaugura un salotto frequentato da scrittori, artisti e politici. Molti cadono ai suoi piedi, da Alfred De Musset a Franz Liszt, da Heinrich Heine a Honoré de Balzac, ma lei non va oltre il flirt. L'unica persona a cui si lega è lo storico François Mignet, che con i suoi articoli aveva fatto cadere Carlo X e salire al trono Luigi Filippo, il re borghese. Diventa il punto di riferimento, anche economico, di molti esuli, fonda giornali, collabora alla prestigiosa Revue des deux Monde, è tra le poche persone che si occupano dell'uomo in disgrazia, esule e prigioniero, che diventerà Napoleone III e che poi la deluderà. Si attira le invidie di altre salottiere e di patrioti italiani che vorrebbero si limitasse a scucire quattrini e a non occuparsi di politica. Torna in Italia e riorganizza i suoi possedimenti aprendo scuole per i figli dei contadini. Tutta la nobiltà insorge. Alessandro Manzoni la condanna: «Ma se li facciamo studiare chi coltiverà le nostre terre?». In vista del Quarantotto si traferisce a Napoli e raggiunge Milano subito dopo le Cinque giornate con un contingente di volontari napoletani. Organizza gli ospedali da campo durante la Repubblica Romana. Delusa dalla Francia che tradisce le aspirazioni italiane, si trasferisce in Anatolia, dove organizza una fattoria con criteri socialisti. Fa un viaggio, a cavallo, fino a Gerusalemme. Una notte attentano alla sua vita e rischia di morire. Quando finalmente l'Italia diventa una nazione, lotta perché migliorino le condizioni di vita dei più poveri e anche in questo caso si fa molti nemici. Così la donna che per tutta la vita ebbe il coraggio di battersi sempre per le sue convinzioni, morta esattamente 150 anni fa, si attirò una serie di fantasiose biografie. Vista con gli occhi di oggi, e alla luce delle moltissime lettere ritrovate, si conferma essere quella che forse un solo uomo dell'Ottocento, Carlo Cattaneo, vide: «La prima donna d'Italia».
18,00 €

L'illusione del libero mercato. Il sistema penale e il mito dell'ordine naturale

L'illusione del libero mercato. Il sistema penale e il mito dell'ordine naturale

Bernard E. Harcourt

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 336

Dal 1973 al 2009, un periodo segnato dall’ascesa della razionalità del mercato e del neoliberalismo, la popolazione carceraria americana è passata da meno di 200.000 a più di 2 milioni di persone entro il 2002 e, nel 2008, a oltre l’1% della popolazione adulta: il tasso più alto al mondo, cinque volte quello dell’Inghilterra e dodici volte quello del Giappone. Dati inconfutabili, che spingono inevitabilmente a chiedersi se vi sia una connessione tra questa espansione della sfera penale e l’affermazione del neoliberalismo e della sua incontrastata fede nel libero mercato. Per appurare la realtà di questa connessione, questo libro avanza un’affascinante ricostruzione del rapporto esistente tra l’idea di “ordine naturale” del mercato e la svolta punitiva della cosiddetta “penalità neoliberale”. Una ricostruzione che passa innanzi tutto per una genealogia del concetto di “ordine naturale”. Harcourt mostra come questo concetto non si debba affatto a Hayek e ai teorici del neoliberalismo, ma risalga alla riflessione dei fisiocratici francesi del Settecento. È al fisiocratico Quesnay che si deve l’edificazione del mito di un ordine spontaneo del mercato in cui lo Stato non deve intervenire, pena il disordine e l’asfissia delle regolamentazioni. È a Quesnay che si deve anche una ridefinizione del dispotismo giuridico settecentesco in cui, tolta allo Stato ogni possibilità di intervento nell’economia, all’arte del governo non resta altro che la sfera della sanzione penale. Vecchi miti che riappaiono poi identici nelle «tecnologie governative liberali avanzate» degli anni Settanta con il trionfo del liberismo della Scuola di Chicago e l’idea, comune tanto alla destra quanto alla sinistra degli schieramenti politici, che governare non sia altro ormai che «governare attraverso il crimine» (Jonathan Simon). Harcourt non si limita, tuttavia, alla genealogia del mito del libero mercato, ma mostra come e perché questo concetto sia, appunto, un mito. I fisiocratici volevano sottrarre i mercati parigini della metà del Settecento all’intervento del governo. Al contrario, il Board of Trade di Chicago o la Borsa di New York appaiono oggi come il paradigma stesso del libero mercato nel mondo occidentale. Nulla di più irreale. Gli orari di apertura e chiusura, l’identità dei trader e degli acquirenti, i mezzi di consegna, i controlli sulle variazioni dei prezzi, persino il prezzo stesso del denaro, la merce più importante di tutte, tutti gli aspetti del trading sui mercati sono regolamentati e, proprio come quelli parigini del Settecento, attentamente sorvegliati. L’ordine spontaneo del mercato è, in realtà, per Harcourt, un ordine artificiale, una “riregolamentazione” in cui la proclamata astensione statale nella sfera economica, combinata con un effettivo intervento statale nella sfera criminale, è destinata, sin dalle origini, a produrre devastanti conseguenze sociali.
25,00 €

Nascita e avvento del fascismo. L'Italia dall'armistizio alla marcia su Roma

Nascita e avvento del fascismo. L'Italia dall'armistizio alla marcia su Roma

Angelo Tasca

Libro: Libro in brossura

editore: Neri Pozza

anno edizione: 2021

pagine: 496

Pubblicato per la prima volta in Francia nel 1938 con il titolo "Naissance du fascisme", a distanza dunque di più di ottanta anni dalla sua apparizione, questo libro non cessa di stupirci per la sua puntuale ricostruzione della nascita del fascismo e delle ragioni che ne permisero l’affermazione. Militante socialista dopo essere stato espulso dal Partito comunista alla fine degli anni Venti, Tasca era riparato a Parigi nel 1926. Lontano dall’Italia, per comporre l’opera si era affidato alle memorie personali e alle testimonianze degli esuli antifascisti come lui. Un materiale limitato che, tuttavia, diede origine alle pagine forse più avvincenti dal punto di vista narrativo, e più chiare nell’argomentazione storica, che siano state scritte sull’avvento del fascismo. Il libro narra degli eventi intercorsi tra il 1918 e il 1922, quattro anni destinati a cambiare la storia del nostro paese e del mondo, e ad approntare la barbarie poi naufragata nella tragedia della Seconda guerra mondiale. Quattro anni narrati attraverso una cronaca serrata, in cui le circostanze e i fatti decisivi si susseguono lasciando il lettore senza respiro: ecco dunque la «rivoluzione democratica del 1919», il movimento sorto nel primo dopoguerra con le rivendicazioni dei reduci, le proteste operaie e la richiesta di Costituente, un movimento per l’emancipazione sociale e civile del paese che non trovò alcuna espressione politica degna di questo nome; ecco il «biennio rosso», l’occupazione delle fabbriche, la fine dell’ondata rivoluzionaria e l’insorgere della violenza squadrista nelle stesse zone «rosse»; ecco, infine, la «Caporetto socialista» dell’estate del 1922, con la sconfitta definitiva del movimento operaio e la dilagante reazione fascista culminata poi nella marcia su Roma. Ciò che, tuttavia, colpisce di più in questo libro, ed è tuttora una imprescindibile lezione per la difesa della democrazia, è l’argomentazione delle ragioni sociali della sconfitta del movimento operaio e dell’avvento del fascismo. Le forze socialiste, non l’imbelle fronte liberale, avrebbero certamente potuto impedire la barbarie fascista se solo avessero fatto davvero propria l’affermazione di Marx per la quale una classe è davvero rivoluzionaria soltanto quando non è «una classe particolare, bensì la rappresentante dei bisogni generali della società». Durante tutta la crisi postbellica il socialismo, come rappresentante dei bisogni generali della società, fu del tutto assente, col risultato che, avendo la società «“orrore del vuoto”, se lo si lascia sussistere troppo a lungo, le forze più selvagge, attratte e moltiplicate da esso, si affrettano a colmarlo». Prefazione di Ignazio Silone.
28,00 €

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