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Mavanarie beneventane. La tradizione orale nella valle del Noce delle streghe: Grotta Candida e altri racconti di Pannarano

Mavanarie beneventane. La tradizione orale nella valle del Noce delle streghe: Grotta Candida e altri racconti di Pannarano

Enzo Pacca

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Anche le streghe beneventane vanno in vacanza. Per chi non lo sapesse viaggiano nella vicaria vescovile fra Pannarano, Pietrastornina e la vecchia Terranova di Arpaise alla ricerca del noce antico per i loro riti, lungo il fiume San Martino che sfocia nel Sabato ai Maccabei. Questo fantastico libro di Enzo Pacca, fra malefici e magia bianca, ripercorre la via della stregoneria beneventana partendo dal luogo magico dell'alto Partenio: Pentema Bianca di Pannarano.
29,00

Civitate Murcona: la contea yriana del castello alipergo fo covotate hurcona della contea di Caurato e le chiese di Santa Maria Vergine, S. Angelo, S. Marco, S. Pietro Apostolo, S. Giovanni, S. Lorenzo martire fortissimo, S. Luca

Civitate Murcona: la contea yriana del castello alipergo fo covotate hurcona della contea di Caurato e le chiese di Santa Maria Vergine, S. Angelo, S. Marco, S. Pietro Apostolo, S. Giovanni, S. Lorenzo martire fortissimo, S. Luca

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Castello Alipergo di Civitate Caurato non fu né Buonalbergo e né Corato, per lo stesso motivo che Morcone non è Civitate Murcona e Ariano Irpino (ex Ariano degli Arianesi di Puglia) non è l'antico e imprendibile Castello di Riano degli Ariani di Yriano, fondata a suo tempo dai Salernitani di Arechi II, Principe vicario di Carlo Magno in veste imperiale d'Oriente, sulle terre dei Beneventani. Quindi le rifondazioni cattoliche delle terre feudali inglobate nelle diocesi non si possono confondere con le precedenti città di rito misto o i castelli longo/normanni siti sul finire della via Francigena, fra le lapidi troiane disseminate lungo il fiume Candelaro del Gargano. Da questo testo, che è una raccolta di documenti posti al confronto dal veterano autore, si evince come i popoli italici, fuggiti e migrati dall'antica Teate, avessero fondato e abitato l'Apulia di Teano Apulo, dopo i disordini del 950 dopo Cristo. Da qui la prima fondazione di Caurato, sul cui territorio nacque il Castello di Alipergo, di cui si fece padrone la stirpe degli Altavilla quando era capeggiata da Roberto il Guiscardo, sposandone l'erede Alberada, per poi ripudiarla per ampliare la conquista slava del suo esercito di Bulgari che l'adoravano come Re di Rama. Ne seguirono gli scontri ora con il Papa, ora con l'Imperatore e il Castello di Alipergo passò di padre in figlio, ora con un dominatore, ora con l'altro, sfidandosi per quasi un secolo la stirpe dei dell'Aquila chiamati Loritello, siciliani di Gaeta e Capua, con la stirpe degli Altavilla, siciliani di Palermo, contro i Sanseverino del Tricarico di Caserta, tutti successivi, e successori, dei primi Normanni insediati a Capua dai Salernitani della stirpe dei Franchi Drengot, seguiti ai Longobardi di Arechi II, vicario di Carlo Magno della stirpe dei Capetingi. Il viaggio si conclude con la riconquista dei feudi diocesani, scippati a Montecassino e donati all'abbazia Sofiana della nuova Benevento, dopo la distruzione della capitale (di rito misto) del Regno di Puglia, chiamata Urbe Baroli, surclassata dall'arcidiocesi di Trani, indi da Barletta, divenuta vicaria dell'Oriente, con la nascita del Regno di Gerusalemme, che sancì il definitivo crollo di Costantinopoli e della sua vicaria italica di Urbe Regina, antica Hea Apula, dell'Apulia di Canosa.
35,00

Rudimenti di storiografia longobarda: il ducato di Napoli nella toponomastica

Rudimenti di storiografia longobarda: il ducato di Napoli nella toponomastica

Antonio Vito Boccia, Gennaro De Crescenzo

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Dal punto di vista politico-istituzionale al duca spettavano compiti relativi agli aspetti militari e fiscali, al vescovo quelli relativi agli aspetti liturgici e quelli relativi alle strutture ecclesiastiche e ai monaci e alle monache quelli relativi all'assistenza, alla carità e alla organizzazione rurale alla base dell'economia del tempo. Di primo piano, allora, il ruolo del monachesimo locale che, attraverso i suoi enti di diverse dimensioni, gestiva un potere importante una volta decaduti gli ospedali municipali e "laici" fin dalla metà del V secolo. Anche in questo aspetto emerge una caratteristica che rappresenta forse un "unicum" tra le città del tempo: Napoli, pur nella sua autonomia rispetto a Bisanzio, operò una fusione tra la cultura greca delle sue radici e quella latina. Erano diverse e consistenti, del resto, le comunità ellenofone in tutta la Campania ed era diffuso dappertutto un senso di rispetto e ospitalità verso queste persone che richiamavano, per tanti aspetti, elementi dell'antica Magna Grecia. In questo senso pesava la consolidata tradizione dei traduttori presso gli Scriptoria napoletani e anche quella delle letture e dei canti in greco nelle cerimonie più solenni (uso presente solo a Roma a quel tempo) in un bilinguismo che conteneva implicazioni originali, articolate e affascinanti. Sorprende, come detto in precedenza, il mancato approfondimento di quello che alcuni studiosi hanno giustamente definito "particolarismo napoletano", un aspetto sinonimo di una dinamicità e di una originalità con pochi precedenti almeno in Italia. Tra altre fonti, la Cronaca di Partenope sostiene la tesi delle sei chiese greche presenti in città e si registra anche una singolare tradizione: la mattina del sabato santo, i primiceri/responsabili di queste chiese erano tenuti a recarsi al duomo per cantare o leggere sei lezioni greche e, a Pasqua, assistere il Cimiliarca (ministro di culto) e cantare il Credo in lingua greca e secondo il rito dei Greci con la riproduzione di alcuni atti comici o facezie dette in latino volgare "squarastase". Napoli fu capace, così, di diventare e restare un simbolo della grecità ma una grecità letta, vissuta e realizzata attraverso la latinità con la creazione di nuovi modelli istituzionali, liturgici, linguistici e politici. In questo rivestirono una grande importanza le scelte "autonomistiche" e accentratrici da parte dei duchi, forti di un senso di appartenenza di grande rilievo culturale. E questo discorso si lega profondamente ai fattori locali "identitari" che spesso vengono richiamati (in qualche caso per condannarli o per negarli) anche in tempi recenti. Napoli, allora, come capitale culturale e, in seguito, politica di un intero territorio destinato, nei secoli, ad espandere i suoi confini ben oltre quelli della "città-stato-signoria" ducale. La storia del ducato, allora, diventa paradigmatica e anche coerente con la storia di una identità che parte dalle radici greche, passa per quelle latine e diventa, poi, tra i Normanni e i Borbone, la base di una "nazione napoletana" che spesso ancora oggi fornisce spunti per dibattiti vivaci e utili. Perciò ci pare molto significativo un documento nel quale il duca Sergio IV concede diversi beni e privilegi al monastero di San Gregorio «affinché le Sacre Vergini potessero pregare per i loro donatori e per la salute della patria». Questo testo intende rappresentare un primo tentativo di ricostruzione complessiva dell'ormai dimenticato periodo alto-medievale, vissuto dalla città di Napoli. Forse per le obiettive difficoltà di reperire fonti, noi oggi ci troviamo di fronte a un autentico paradosso: conosciamo di fatti la storia della Napoli greca e di quella romana, ma sul cosiddetto "ducato di Napoli" (definizione che utilizzeremo solo per esigenze di sintesi e semplificazione) - peraltro un periodo complesso e lungo oltre seicento anni (VI-XII secolo) - le ricerche e gli approfondimenti sono sempre stati limitatissimi.
44,00

Meticcia. Collage di poesie in dialetto beneventano di Benevento e non

Meticcia. Collage di poesie in dialetto beneventano di Benevento e non

Grazia Luongo

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 80

Grazia Luongo e' una poetessa autodidatta, La sua poesia ha una scrittura particolare, non convenzionale anche nella scrittura dialetto Beneventano, ma incisiva. La sua Anima tormentata scuote le viscere, cosí come la sua poesia scuote il lettore fino all' ultimo goccio di sangue. Non esiste nelle sue rime una via di mezzo, perché il punto di partenza è sempre il dolore profondo, e dove c'è pace è perchè c'è stata una tempesta. I suoi versi sono un poliedro di sofferenza, amarezza, angoscia, e il vuoto che racconta, non è vuoto dell'anima, ma profondità, ricerca, risalita. La realtà osservata, forse vissuta, la fa annegare, ma lo sguardo della poetessa è sempre rivolto al cielo, e quando è malinconica, alla Luna. La pervade un profondo senso di giustizia e, le sue parole, diventano combattimento, denuncia. Una guerra le pulsa dentro come fuoco. Grazia Luongo però quando guarda ha gli occhi della meraviglia, di una bambina che serva dentro la speranza. Non fa sconti ne a se stessa, ne al mondo, e in questa crudezza dell'esistenza, la parola poetica diventa necessaria, salvifica, perché cicatrizza ferite, carezza l'anima. I temi che affronta sono tanti, come tante sono le sfaccettature della vita e delle sue passioni. Come il Teatro, a cui dedica da sempre liriche potenti. Ma anche le 'Donne', che con il loro fare, portano "ncuoll" Addosso il Mondo. Donne aggredite, umiliate, dileggiate, ma capaci di futuro. Donna Regina di cuori; forte debole birichina. Grazia Luongo dice: 'Siamo fragili, nudi vulnerabili', e in questa dimensione, che è accettazione della debolezza umana, e grata alla vita. Ha cuore e passione, e tutto tiene stretto a se in un abbraccio che non molla. Vuole essere protagonista senza preconcetti, dandosi una possibilità. E così che diventa "Grazia dei mille volti", e del suo amato teatro poesie intime, ma anche grandi temi come la Guerra che passa sotto i nostri occhi noncuranti, poesie come pensieri in divenire, o con il ritmo di una tammorriata, o ancora dolci come il suono della parola 'Mamma', poesie fatte di "Ricordanza" e di un grido disperato forza. C'è sta ancora tiemp!
15,00

L'Appennino napoletano in tavola, il ricettario dei piatti e delle taverne antiche

L'Appennino napoletano in tavola, il ricettario dei piatti e delle taverne antiche

Arturo Bascetta, Gennaro Scognamiglio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Un mago dalla cui testa escono a sorpresa sempre idee nuove. Così può definirsi Arturo Bascetta, attento studioso della storia e delle leggende della Campania, che riesce ogni volta a meravigliare con proposte che lasciano il segno per la loro validità e modernità. Cent'anni di storia delle trattorie non è una trattazione qualsiasi dato che valorizza, tutela, conserva, rispetta quella parte delle tradizioni legate alla gastronomia, al buon mangiare, al bere bene. È una rivisitazione culturale ed attuale in un momento in cui si è alla ricerca di tutto ciò che è genuino ed autentico, di quel retaggio della gens irpina che ha segnato il passato anche recente. Le trattorie hanno goduto, presso di noi, di significati che vanno molto al di là del semplice ristoro. In particolare di valori di socialità e di libertà dal lavoro duro ed alienante, dalle situazioni di disagio, da una vita di stenti. E, ad un certo punto, luogo di incontro dove a tavola, in un ambiente sereno e rilassato, dimenticare guai e vita grama. Parafrasando quanto dice Cesare Pavese nel "mestiere di vivere" si può anche affermare che la trattoria è stata "una difesa dalle offese della vita". A questo ha pensato Arturo Bascetta. Ma anche agli antichi sapori, alla esistenza calma di un tempo, alla dimensione davvero "umana" di vita dei nostri avi. Un pensiero al passato ed il rifiuto, sottinteso, di un mondo frenetico, in continua corsa, di tutti in lotta contro tutti. Di queste trattorie, di queste presenze, ombre di un passato che si vorrebbe ancora presente, esistono poche tracce. Da qui una ricerca che porta il segno di riscoperta di valori di cui si sente la mancanza. Oggi il ristoro viene trovato nel "ristorante", freddo e asettico, ove si consuma il solo rito del cibo. Pochi sono i locali che hanno conservato l'atmosfera magica della vecchia trattoria, intesa quasi come "una seconda casa" ove mangiare e bere in armonia con gli amici o festeggiare le ricorrenze più care. Si assiste, così, alla proposta di menù assurdi e commerciali, del tutto lontani dalla cucina tradizionale o una triste parodia di essa. E che dire degli accostamenti fra il cibo e il vino con la totale ignoranza di quanta pericolosità all'olfatto e al gusto ne può derivare dalla scelta di un vino non adatto? Vino che è stato compagno da sempre del cibo diventando, poco alla volta, una bevanda da assaporare con gusto, riconoscendovi aromi, profumi, bouquet e la capacità di chi ha saputo suscitarli, mettendo a frutto le qualità naturali dell'uva. William Shakespeare, nell'Otello, affermava che "il buon vino è giovane creatura se ne cogli lo spirito". Ed oggi la tendenza è di cogliere questo spirito, bevendo meno, con più gusto e qualità. Ma dove? Non certo in quei ristoranti dove la "carta dei vini" troppo spesso è una cosa oscura e sconosciuta, dove si consumano "vini della casa" pessimi e serviti ancor peggio.
44,00

Delitto a Itri sulla via di Napoli. Zuppa al veleno per il cardinale De' Medici fermato dal Viceré Don Pedro de Toledo per presunto ordine di Alessandro De' Medici Duca di Firenze dopo il suo tentato omicidio che coinvolse il Cardinale Cybo

Delitto a Itri sulla via di Napoli. Zuppa al veleno per il cardinale De' Medici fermato dal Viceré Don Pedro de Toledo per presunto ordine di Alessandro De' Medici Duca di Firenze dopo il suo tentato omicidio che coinvolse il Cardinale Cybo

Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 148

I delitti del Cinquecento sono infiniti. Storie d'amore e di tradimenti, politici e familiari: i gialli storici si moltiplicano solo a ripescarli dal cilindro dei secoli. È il sangue di amici e parenti trafitti che ribolle, rivoltando sottosopra gli stati della povera Italia, dalla Duchessa d'Amalfi, uccisa a Venezia, agli amori all'acqua tofana. Costumi leggiadri che colpiscono Spaccanapoli e Piombino, con gli assassinii del secolo, del Principe Appiani e della Duchessa Maria d'Avalos, per finire con Bianca Cappello a Firenze e con il Principe e la Principessa di Salerno, nelle mire del Viceré di Napoli. Il nostro prologo sulle storie insanguinate alimenta la collana sulle storie insanguinate dal potere degli uomini e giunge al Cardinale Ippolito de' Medici, giovane rampante, abbandonato da Carlo V, pronto a preferirgli il cugino Alessandro, per Duca e per genero, e a lasciarlo morire lontano dalla Patria, in odore di rivolta e avvelenato fra gli strazi. Una pena durata dieci lunghi giorni, mentre mezza Firenze si recava a Napoli per trattare con quel Re e Imperatore. Eppure Ippolito, stando al resumé storico, fu Cardinale scelto dalla sua stessa Casata, fatta tornare a Firenze per riconquista imperiale, e perciò pronto a rivendicare il posto di Duca, come erede più anziano, osannato a gran voce dai fuoriusciti e dalle famiglie più in vista. Né gli bastarono la cattedra di Monreale, la corte imperiale, i viaggi e l'essere paladino del partito di opposizione: lui voleva essere Duca. Ecco allora che la congiura si allarga e prende piede in suo nome, lasciando scoprire al vero Duca, Alessandro de' Medici, il disegno criminoso del parente stretto, pronto a farlo uccidere. Ora un filtro d'amore, ma non è veleno; ora una tregua per le nozze di Caterina in Francia, ma non è la pace; ora l'apertura in famiglia; ma non è il dialogo. Da qui la decisione di Ippolito di affrontare a viso aperto l'Imperatore, recandosi da Roma a Napoli, pronto a guastargli la festa della vittoria riportata a Tunisi. Sarà il suo ultimo viaggio, finito a Itri, proprio nei giorni in cui si annunciano le nozze napoletane fra la figlia di Carlo V e il Duca. A dargli la zuppa avvelenata fu il suo staffiere, frate Andrea, per ordine partito forse dal capitano fiorentino Vitelli e con l'avallo del Viceré di Napoli, Don Pedro di Toledo, prossimo a genero di Alessandro. Cinque giorni di agonìa in cui si processa lo scalco, il quale confessa, poi ritratta, poi viene arrestato e infine pagato e liberato in quel di Firenze. Questo mentre il povero Cardinale si spegne e finisce i suoi giorni più atroci, che ormai assommano a dieci. Il mattino dopo è proprio il Viceré di Napoli, l'uomo che bloccò il prelato in partenza per la Sicilia, prima ancor che per Napoli, per raggiungere l'Imperatore. Fu infatti Don Pedro a ignorare i verbali di condanna e la confessione dello staffiere, annullando ulteriori torture e l'esecuzione capitale, e infine a concedere la grazia al colpevole. E fu sempre lui, avvisato della morte di Ippolito a darne annuncio di suo pugno, al suo Re, per poi ricordargli, nella stessa missiva, la promozione per il figlio. Una lunga lettera del Cardinale, destinata al medesimo Carlo V e forse a lui mai giunta, chiude questo libello di intrighi, sconosciuti ai più, e apre la mente al lettore sul post Rinascimento. Sabato Cuttrera
44,00

Venticano Campanariello. E i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348 nella Valle Beneventana futuro Principato Ultra di Benevento

Venticano Campanariello. E i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348 nella Valle Beneventana futuro Principato Ultra di Benevento

Claudio Rovito, Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

30 VENTICANO CAMPANARIELLO. E i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348.
21,00

Abecedario di Montefusco: tutti gli abitanti e i luoghi del 1700 nella città del prorex Consalvo di Cordova, sede del giustizierato spagnolo del principato ultra, divenuta provincia del regno di Napoli

Abecedario di Montefusco: tutti gli abitanti e i luoghi del 1700 nella città del prorex Consalvo di Cordova, sede del giustizierato spagnolo del principato ultra, divenuta provincia del regno di Napoli

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 118

Nel 1599, come da Concilio provinciale, l'arcivescovo di Benevento ottenne la facoltà di riconferire le insigne badiali mitrate dentro lo stesso Regno di Napoli. La provincia ecclesiastica aveva 18 vescovi su 25, sebbene fossero stati 32, perché in antico comprendeva tutta la Puglia ed era chiamata Metropoli Campania: latissima est ejus Provincia decem et octo Episcoporum, licet non multum sit temporis, cum viginti quinque esset, ut in valvis aereis ipsius Ecclesiae et nomina Episcoporum, et effigies monstrant. Olim vero triginta due habuise, et Metropolim Campaniae, totiusque Apuliae appellatam esse antiquissima ipsius documenta testantur. L'arcidiacono Nicastro confermò l'uso di mitra e pastorale alle 12 abbazie antiche recensite: usum Mitrae habent; nempe S. Mariae de Strata, S. Mariae de Fasolis, S. Mariae de Eremitorio, S. Petri de Planisio, S. Laurentii de Apicio, S. Maria a Guglieto (e fin quindi ne elenca 6), in presentiarum Collegio beneventano Societatis Jesu unitae, S. Mariae de Decorata, S. Maria de Campobasso, S. Maria de Ferraria prope Sabinianum, S.Mariae de Venticano Bibliothecae Vaticanae unitae, et S. Silvestri in Oppido S. Angeli ad Scalam (altre 5). V'erano altre 4 abbazie et S[anta] R[omana] E[cclesia] cardinalibus commendatur, cioè che risultavano commisariate perché sono finite in Commenda: - S. Sophiae Beneventi, -S. Joannis in luco Mazzocca, -S. Maria de Cripta in Oppido Vitulani, -et S. Fortunati in oppido Paulisiorum. Erano poi le 3 Commende Equitum (prefettizie): - S. Joannis Hierosolymitani Beneventi, - Montisfusci, - et in Oppido Montisherculis enumerantur. E ve n'erano altresì 2 esistenti in Benevento: - Collegiatas Ecclesias S. Bartolomae praecipui Patroni, - et S. Spiritus. Furono invece 6 quelle costruite o da costruire in Diocesi: - nempe S. Joanuis in Balneo praefatae Civitatis Montifusci, - SS. Annunciationis Altavillae, - SS. Assumtionis Montiscalvi, - S. Salvatoris Morconi, - S. Bartholomei Padulii, - et SS. Trinitatis in Oppido Vitulani anno 1716 eretta. Nella nota seguono i dati sui 178 luoghi, compresi quelli con le grancìe ex dipendenze delle abbazie beneventane, così come descritto negli atti dei Concili. Si tratta di Terre, Casali e feudi compresi in due province del Regno: - Montefusco (in Diocesi di Benevento dipendente dall'Arcidiocesi Metropolitana di Benevento) - Lucera (Diocesi dipendente dalla Metropolia beneventana) .1 Torrioni ricadde nella nuova provincia di Montefusco. Partendo da queste considerazioni ci siamo spinti a ricostruire la storia, luogo per luogo, persona per persona, quindi elementi certi per ricostruire l'albero genealogico di tutte le famiglie di Montefusco, città del Principato Ultra nel 1700.
44,00

Ricchi e poveri di Avellino città. Volume Vol. 1

Ricchi e poveri di Avellino città. Volume Vol. 1

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 164

Il primo principe fu Marino Caracciolo. Seguì Camillo Principe II successore di tutti gli stati paterni, il quale divenne ancora gran Cancelliero del Regno, e cavaliero del Toson d'oro. Hebbe tre mogli, la prima, Roberta Carrafa figlia del Duca di Mataloni; la seconda, Beatrice Orsina figlia del Conte di Muro; e la terza Donna Dorotea Acquaviva d'Aragona figlia del Duca d'Atri, con le quali generò molti figli, e essendo morto in Lombardia, mentre era Capitano generale della cavalleria napoletana, e che governava tutto il regio essercito, gli successe". I Caracciolo divennero forti e potenti, i signori più importanti del Regno dopo i Sanseverino. Furono a capo della Marina e della Massoneria, amarono il mare e la montagna, costruirono case e chiese, molto liberali rispetto agli altri, avendo ricoperto molti di loro il titolo di ministro plenipotenziario a Vienna durante il viceregno austriaco. "Nell'uscita di questa città verso Puglia sta posto il suo antico Castello, che dal Principe Camillo Caracciolo, è stato abellito, e magnificato, à pie' del quale si vede il Parco per la caccia di cervi, e altri animali, e un giardino abbondante di gran quantità d'acque fatte dal medesimo Prencipe venire per acquedotti da diverse lontane parti, ove in diverse maniere compartite si veggono formare varie fontane, che con belli, e ingegnosi artificij mandano fuori continuamente copiosissime acque non senza diletto, e meraviglia insieme di chi le mira, e vi è la seguente iscrittione nella Porta del detto giardino": Mulcendo per pacis Blanditias Marte Exercendaque per ludicra Martiis Pace Naturae, artisque ad oblectandum Certamina, In Amplissimo hoc Viridarij Theatro Sibi, suisque, Indigenisque, & addensi Paravit Martis delicum Pacis Praesidium. Camillus Caractiolus Abellini Princeps. § - Marino alza mura fra 2 Porte: Puglia e Napoli Il III Principe Marino Caracciolo figlio del II Principe Camillo e di Roberta Carrafa che "l'havea generato, il quale è terzo Prencipe d'Avellino, e medesimamente Duca della Tripalda, Marchese di Sanseverino, conte di Galeratu, e della Torella, signor dello stato di Serino e delle baronie di Capriglia e Lancusi, gran Cancelliero del Regno e cavaliero del Toson d'oro, e capitano di gente d'Arme. Il Principe Marino ebben due mogli, "la prima fu Lesa Aldobrandina, nipote, che fu di Clemente VIII sommo pontefice e sorella di Margherita Duchessa di Parma, e Piacenza, con la quale havendo generati alcuni figli morirono nella tenera età insieme con la madre. Dopo la cui morte si è casato il Principe Marino la seconda volta con Don Francesca d'Avalos d'Aragonia figlia del Marchese di Piscaria, e del Vasto, con la quale hà generato Carlo Camillo Duca della Tripalda suo primogenito". Avellino, venne "accresciuta di nuovi edificij tanto publici, quanto privati, e in particolare la rinchiusi i Borghi di essa, facendovi magnifiche porte, l'una dalla parte, che si va in Napoli, e l'altra alla strada di Puglia, nelle quali porte sono le sequenti inscrittioni: à quella ch'è nella porta della parte di Napoli si legge. Marinus Caracciolus Abellini Princeps III Explicatis latè minibus Inclitusq; suburbijs Urbem laxius Cives tutius Advenas laetius Omnes habuit munificentius Anno Salutis 1620 E nella Porta di Puglia. Marinus Caracciolus Abellini Princeps III Frugi liberalitate, Domicilia de suo sirvit Virginibus in dotem duit Urbem amplat Civem duplat Cascum, & recens, Portit morisq; clatrhat Sibi foeneranus, ac fuis Tum Vos à posteris Augere largitate Ditionem. Anno Domini M.DC.XX
44,00

Il ducato e Napoli medievale, le origini di una grande capitale

Il ducato e Napoli medievale, le origini di una grande capitale

Antonio Vito Boccia, Gennaro De Crescenzo

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Questo testo intende rappresentare un primo tentativo di ricostruzione complessiva dell'ormai dimenticato periodo alto-medievale, vissuto dalla città di Napoli. Forse per le obiettive difficoltà di reperire fonti, noi oggi ci troviamo di fronte a un autentico paradosso: conosciamo di fatti la storia della Napoli greca e di quella romana, ma sul cosiddetto "ducato di Napoli" (definizione che utilizzeremo solo per esigenze di sintesi e semplificazione) - peraltro un periodo complesso e lungo oltre seicento anni (VI-XII secolo) - le ricerche e gli approfondimenti sono sempre stati limitatissimi. Ad esempio, se nel passato (magari per la storia della Napoli borbonica) la storiografia ha spesso utilizzato la categoria della "damnatio memoriae", per quella del ducato napoletano sono molto evidenti alcuni elementi ulteriori, come la scarsa presenza di fonti documentarie di secondo grado, unita all'assenza quasi totale di tracce archivistiche (scarsissime quelle archeologiche). Se non deriva da tali obiettive difficoltà, la curiosa dimenticanza di un periodo storico così importante potrebbe essere conseguenza di una precisa scelta… Tutto questo potrebbe essere legato ad una scelta, prima culturale e poi sostanzialmente politica: è qui che si inserisce quel dibattito che si accese, all'indomani dell'unificazione italiana, fra i sostenitori di una cultura italiana e internazionale, e quelli che sostenevano, invece, la necessità di una cultura ancora "napoletana" (nel senso più ampio del termine, associandola cioè all'idea di una nazione napoletana/meridionale). Da un lato, in realtà, c'erano l'identità, le radici e l'orgoglio: con una storia che partiva dalle remote origini greche della città che, con una sua continuità e una sua coerenza, arrivava fino ai Borbone; e, dall'altro, le tesi post unitarie di chi riteneva inutile, dannoso e superato lo studio di quel percorso, per fare spazio a nuove storie, a nuove radici e nuove identità.
20,00

Abecedario di Colle Sannita. Famiglie e ricerche genealogiche sul 1700

Abecedario di Colle Sannita. Famiglie e ricerche genealogiche sul 1700

Fabio Paolucci

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 144

Fino al 1861 Colle era in distretto di Bovino di Foggia (FG) con le le strade, le chiese, i conventi, i preti, le monache, i frati dei luoghi del 1700: Piazza Pubblica, Porta di Rago, Casaleno delli Zingari, Casale, Portiello, Sopra San Giorgio, Dentro la Terra, Fontanova, Alla Nunciata, Porta quassù, Li Tufi. "Si ringrazia Angelo D'Emilia detto Linetto, Presidente dell'Associazione Culturale "Colle Sannita", per aver provveduto alla fotoriproduzione presso l'Archivio di Stato di Napoli degli otto volumi del Catasto Onciario di Colle Sannita, permettendo in tal modo il "ritorno in patria" di questo preziosissimo documento del nostro amatissimo paese. A Linetto va anche il ringraziamento particolare per aver seguito con attenzione tutte le fasi della realizzazione della presente opera, cimentandosi in prima persona nella ricerca sui fondi documentari dell'Archivio Parrocchiale di San Giorgio Martire di Colle Sannita e fornendo informazioni storiche preziosissime su personaggi e famiglie collesi, nonché sulle antiche strade del paese. Un ulteriore ringraziamento è rivolto a Giuseppe Martuccio di Colle Sannita, per aver partecipato insieme a Linetto alle fasi di indagine storica sui fondi archivistici collesi. Si ringrazia, infine, l'Associazione "Terrae Collis", di cui mi onoro essere vicepresidente, per il sostegno morale e l'incoraggiamento a proseguire gli studi archivistici sulla meravigliosa storia del nostro borgo d'origine. Il logo dell'Associazione Culturale "Colle Sannita" e la riproduzione dell'antico sigillo di copertina sono opera di Stefano Vannozzi di Cercemaggiore (Cb). L'immagine in copertina è una fotografia della piazza centrale di Colle Sannita, oggi dedicata a Giuseppe Flora padre dell'illustre letterato Francesco, risalente ai primi anni del Novecento. Dedico questo mio modesto lavoro alla mia terra, che porto sempre nel cuore!" (l'autore)
44,00

Lo scoppio di Pozzuoli. Tripergola e S. Spirito inghiottiti dal monte nuovo. 1538

Lo scoppio di Pozzuoli. Tripergola e S. Spirito inghiottiti dal monte nuovo. 1538

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 146

Il terremoto che colpirà Pozzuoli, in realtà, aveva già dato i primi segnali, delle avvisaglie, la mattina del Sabato Santo, in quel di Napoli, come raccontano i cronisti. «Hora venendo l'anno 1538, et appripinquata la primavera stando le brigate la matina del sabato santo à gl'offici divini, et li sacerdoti legendo le profetie, venne all'improvviso un tal terremoto che sì per far cadere le chiese, e l'altri edifici, però che fu validissimo, et estraordinario. E e durò assai talché lasciati l'officio divini tutti spaventati se ne uscirno fuora de le chiese, e fu pericolo, che molti premendo l'uni à l'altro per la fretta non s'affocassero alle porte nell'uscire. Il che da savij fu per presago de futuri mali interpretati, onde le brigate remasero sbigottitei, e di mala voglia. Ne questo solo terremoto fu quello anno, perciò che venendo l'estate continui terremoti travagliorno Napoli, e Pozzuoli cossì lo giorno, come la notte, e massime nell'intrar del'autunno, in modo che molti per tema, che le case non cadessero a loro à dosso, dormivano per le piaze, e ne li campi. Ma come il sole entrò ne la libra, li terremoti furno più spessi e finalmente la sera precedente alla Festa di San Michele Arcangelo, e per dir meglio di San Gennaro, verso le due ore di notte, se sentì un valido terremoto, al quale seguì un gran tuono, come de molte bombarde sparate insieme, ne sapendi che rumore fusse quello, uscirono a le piazze le genti domandando l'un l'altro che cosa fusse. Ma non sterro molto in questo dubio, che furno chiariti da poveri pezzolani, che con le loro dobbe e figlioli a Napoli se ne fugivano, ma d'una continua pioggia de cenere, che fu tutta quella notte, e s'intese come sopra il Lago Lucrino, che Trepergola se dice, un tempo, era emersa una voragine, che haveva sollevata la terra a guisa d'un colle in alto e dindi apertasi, di sopra, haveva fatto quel tronitro, con haver mandato fuori fiamme di foco, e calliginosi nubbli di cenere, e pietre arse, e ch'il mare di quel lido s'era per molti passi retirato a dietro, perche quel spirito vehemente, e solfureo, che haveva tanto tempo scossa la terra passando per li luoghi cavernosi, bituminosi, e sulfure sotto la terra, e fatto perciò potente, et impetuoso, non havendo esito tale, che havesse possuto senza far altro molini esalare, ansò la terra in alto, e fe quella voragine, mandando fuori con eimpiti, sassi, fiamme, cenere, e caligine, che à guisa d'un gran arco celeste miccante de fiamme e faville s'alsava denso, e caliginoso, e volava per l'aria con continuo corso verso Levante.». Osservarlo e ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt'uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell'Accademia di Atene. Presentazione di Gianni Race. Introduzione di Andreana Illiano.
39,00

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