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ABE

Il viceré di Lemos. Pedro Fernández de Castro Andrade y Portugal. Il colpo alla Zecca, le false monache e i paggi amorosi. 1610-1615

Il viceré di Lemos. Pedro Fernández de Castro Andrade y Portugal. Il colpo alla Zecca, le false monache e i paggi amorosi. 1610-1615

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

L'Anonimo cronista introduce il governo vicereale di Don Pedro di Castro con un inconveniente: la lite tra il fratello Don Francesco e Giovanni, figlio del deposto Conte di Bonivento, allontanato da Napoli e ripartito alla volta della Spagna, intrappolati in certi «ragionamenti fastidiosi». Tra le prime opere pubbliche di Pedro, nuovo Viceré, il quale governò dal 1610 fino al 1616, e che continuò, come il predecessore, a fidarsi del Fontana, incontriamo il castello puteolano di Baia. Egli risanò le finanze dello stato, in precedenza in balìa di Giovanni del Bonivento, del Reggente della Vicaria, e di D. Baldassar di Torres, beneficiando del braccio «di Don Michele Vaaz Nobile Portoghese, huomo pratichissimo in simiglianti faccende, e che forsi non havea pari l'Europa», smorzando la fame della povera gente. Durante i sei anni del governo di Pedro molti furono i terribili e curiosi fatti che si susseguirono, a partire dall'incendio di Montevergine, dove «alli 21 de Maggio 1611, et fu tal focho, che vi morsero forsi ottocento persune»; uomini vestiti da donne e donne vestite da uomini, così come ce ne parlano le Cronache di Montevergine del Giordano. Dopo la morte di Margherita d'Austria, i cui lutti, come racconta il Parrino, furono presto dimenticati dalle nozze tra «il Principe delle Spagne con Isabella Borbone, e tra il Rè Ludovico Decimoterzo di Francia con Anna d'Austria figliuola del Rè Cattolico», prese fuoco anche il Palazzo del Viceré, il quale scappò «a Pizo Falcone ad habitare per fugire la furia del focho». A maggio dell'anno seguente fu presa d'assalto la Regia Zecca e solo in agosto del 1613 fu scoperto il vero responsabile: Bauzo di Torre del Greco. Di boccaccesca memoria sembrano le vicende peccaminose di falsi santoni, come Suor Giulia, da sempre creduta a parlare con «l'Angli beati». La donna viene scoperta a condurre una vita amorosa ben lontana dalla vocazione, finendo presto in esilio. Suor Orsola Benincasa, gelosa della oscura santità della collega, non esitò a fare la spia ai padri Teatini, mandandola così davanti al Tribunale del Sant'Uffizio. Ritornata in Napoli, per grazia di suoi potenti amici, entrò nelle grazie della Viceregina: «non vi mancò nulla che non vi incorresse la s[igno]ra D[onna]Chaterina de Sandoball moglie del s[igno]re D[on] Pietro de Castro N[ost]ro Viceré», desiderosa di avere figli, e per questo rivoltasi alla falsa santa, affinché intercedesse per lei. La prima lezione non era bastata a Suor Giulia per darsi una calmata, finendo, stavolta, murata viva. Oggi potrebbe quasi piacere di inquadrare quella peccatrice come una eroina del suo tempo, nonché paladina dei "diritti della carne". Seguono anni felici per i napoletani e per chi giunge in città: Filiberto di Savoia «andò à stanziare nel Palagio Reale, dove si trattenne per molti giorni, servito con grandissimo fasto, e splendidezza dal Vicerè». Nel 1615 la città vide anche l'arrivo dell'eminentissimo Aldobrandini. Vengono fondate così accademie e studi, come l'Edificio delle Publiche scuole fatto innalzare dov'era la Porta di Costantinopoli, progetto architettonico lavorato dalla maestria del Fontana: «il Conte di Lemos sembrò di botto integrato nella città, dalla parte della borghesia nascente più che dei nobili. Non a caso si schierò nel nome della scienza e della cultura, promuovendo la nascita delle scuole», aggregandosi così alla famosa Accademia degli Oziosi, «composta de' più begli ingegni d' Italia». Ma in questo anno, seguito poi dal sisma del 1616, e sotto questo governo «successero tre morte inaudite, l'una dopo l'altra», che spaventarono terribilmente la città: un figlio appiccatosi per denaro negatogli dal padre; Mutio Longo «per haver perso una quantità de denari al gioco»; una donna «habitante alla Duchesca per gielosia, che haveva del marito, egli anchora vinta dal Demonio se appicò per la gola».
60,00

Il viceré di Benevento. Juan Alfonso Pimentel y Herrera, conte di Benavente (o Bonivente). Il palazzo reale, i ponti, le fontane e il castello di Baia. 1603-1610

Il viceré di Benevento. Juan Alfonso Pimentel y Herrera, conte di Benavente (o Bonivente). Il palazzo reale, i ponti, le fontane e il castello di Baia. 1603-1610

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

Juan Alfonso Conte di Bonivento fu designato dal sovrano Fillippo III d'Austria a Viceré di Napoli, quale III prorex scelto dagli Asburgo per fare le veci della casa regnante (senza contare i luogotenenti nominati in loco durante i periodi di vacatio), in un periodo di grande turbolenza politica. Il suo incarico ebbe luogo in una fase in cui il Regno era sotto il controllo spagnolo. Sotto la sua amministrazione, Napoli, fu coinvolta in eventi di basso rilievo, sia sul piano politico che culturale, ma appariscenti. La sua figura non è associata a particolari gesta militari, ma piuttosto a un ruolo di mediazione e amministrazione del potere e dell'ordine, quello che cercava di mantenere in un periodo di grande instabilità. Gli stati dell'Italia imperiale del tempo erano influenzati dalle tensioni tra Spagna e potenze europee come la Francia, e questo ebbe un impatto diretto sulle politiche locali. Il Regno si presentava confuso, con strade malsane e gente povera, fra poveri e delinquenti, e prelati e chierici di Chiese corrotte, ricche d'argenti, con eremiti in corsa sfrenata sui monti, dove investire il patrimonio di famiglia. Dall'Incoronata a Cesarano fioriscono i nuovi cenobi dei nobili con confraternite intime, avverse ai papi e alla politica vicereale, sempre più opprimente per via delle tasse. Da Ostuni a Taranto i vecchi feudatari s'inventano la magna carta per alleviare i sudditi, che restavano servi, ma con vere regole, per scimmiottare le capitolazioni reali e le prammatiche vicereali che tardavano mettere in riga l'intero reame dal punto di vista strutturale, oltre che tassativo. Anche stavolta furono i balzelli, quelli imposti sul capo del terzo ceto, che finirono per moltiplicarsi per le esose richieste dell'Università comunale, dello Stato e della Chiesa, in un sovrapporsi di infiniti doversi rispetto a pochi diritti. Ma Napoli ha voglia di risvegliarsi e il Viceré rifà il Castello di Baia, la Piazza dove nascerà Palazzo Reale, fatto disegnare appositamente dal Fontana, inondando la città e la provincia di targhe, tabelle e marmi, murate sui palazzi, sulle fontane e sui ponti, a ricordo del nulla, con paragoni immaginari con i fasti romani, greci, e pagani. Intanto fioccano le monete false, chi le lima e chi le spaccia. L'avvocato Rovito eleva la classe avvocatizia e la Zecca ritira i soldi di latta, ristrutturando la chiesa dell'Odigitria, i Vergini, l'Ospedale di S.Giovanni. Perché questo Viceré non solo farà nascere un fortino all'Isola d'Elba e i ponti di Bovino, Benevento e Cava; ma darà vita ai giardini di Napoli: curerà l'acquedotto a S.Carlo all'Arena, la porta trionfale a Chiaia, il Palazzo di Porta Reale per inserrare il grano. Poi ci sono le feste per i nobili e le accensioni di fuochi notturni e fuochi d'artificio in continuazione per il popolino, a ogni lieta notizia che giungesse dal trono imperiale d'Austria o dal trono reale di Spagna. L'incarico finirà comunque inesorabilmente a duello, sull'Isola di Procida, con una scaramuccia provocata dal giovane figlio del Viceré, ora costretto a lasciare Napoli con l'infamante accusa di aver impoverito la città e il Regno. E così anche questo generale, dopo aver condannato a morte un asino e il suo padrone, registrò la propria fine, alquanto indegna, per aver reso potente solo il figlio e i due compari.
60,00

Fernando Domingo Ruiz de Castro Andrade y Portugal conte di Lemos. Il viceré di Castro. Parata a Napoli, cavalcata a Roma per il Giubileo (1599-1601)

Fernando Domingo Ruiz de Castro Andrade y Portugal conte di Lemos. Il viceré di Castro. Parata a Napoli, cavalcata a Roma per il Giubileo (1599-1601)

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

Il libro pone in rilievo, con onestà intellettuale e scavo delle fonti, interrogate sui loro più terribili segreti, tirando fuori fatti e personaggi abbandonati all'incuria del tempo, all'oscurità, se non proprio alla morta gora, la palude dell'Inferno. Fatti, avvenimenti, personaggi trattati in modo chiaro e, a volte, con linguaggio aulico, derivante direttamente dall'opera originale consultata, nei pregi e nei difetti, nelle ragioni e nei torti, come negli atti di valore che in quelli meschini. Sfilano dinanzi ai nostri occhi vicerè, conti, baroni, marchesi, nobili cardinali che fanno il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei sudditi, deboli e miseri della società. Sono le ribellioni eroiche del popolo, oppresso dalle angherie, dalle ingiustizie e dallo sfruttamento feroce che riducevano la gente alla miseria e alla fame. Il 1598 si era aperto portando sul trono il Principe delle Asturie, che prese nome, seguendo le indicazioni del padre, di Re Filippo III, sovrano anche di Napoli, dove sedeva il suo Vicerè d'Olivares. Il nuovo Re si sposò al più presto, l'anno dopo, con Margherita d'Austria, sorella dell'Imperatore Ferdinando II di Germania, dalla quale avrà otto figli, di cui quattro di vita lunga: Anna d'Austria (1601-1666), che divenne Regina di Francia, il futuro Re di Spagna Filippo IV, Ferdinando, che divenne Governatore dei Paesi Bassi spagnoli, e Maria Anna di Spagna, che divenne Imperatrice poiché sposò il cugino Ferdinando III d'Asburgo. Quelli che sembrano spagnoli, in realtà, continuano ad essere regnanti d'Austria, proseguendo la stirpe con gli intrecci di famiglia, lontano dai propositi dei Re Cattolici. Filippo III sembrò così disinterassato alla politica che fin da subito fece crescere il potere nelle mani del suo primo ministro, il Duca di Lerma, finì di dilapidare il tesoro reale, già sperperato dal padre in infinite campagne milititari. Nonostante ciò in politica estera le cose andarono meglio, almeno per la pace con l'Olanda e l'Inghilterra e, finalmente, per l'amicizia con la Francia, sancita con il matrimonio tra la figlia Anna d'Austria e Re Luigi XIII, che gli permise di fermare l'espansione dei Savoia, dando il Monferrato ai Gonzaga. A Napoli le cose restavano immutate con il nuovo Vicerè Fernando Ruiz de Castro, Conte di Lemos (1599-1601), oggetto di questo studio, in cui la storia è ricerca, continua e costante. Colpisce innanzitutto la scelta certosina delle fonti, le più svariate e miracolosamente rinvenute dalla pazienza infinita. E quella di Arturo è una vera e propria indagine, attenta e scrupolosa, dei fatti e degli avvenimenti storici, analizzati in modo diligente, esaminati con quella curiosità che è la base per conseguire risultati fecondi e fruttuosi. E' un vero e proprio scandaglio delle fonti esistenti nei luoghi più impensati. Che con la sua sagacia riesce a scoprire, perchè guidato da un fiuto storico invidiabile, che sbircia, nei cunicoli degli archivi e delle biblioteche delle varie città d'Italia e dell'Europa, testimonianze spesso sfuggite anche a storici di professione. A tale tipo di ricerca, affrontata con grande cura e impegno, si è dedicato anche il giovane studioso Alfredo Barrella, neo laureato, con una grande passione per la storia, al quale dobbiamo il contributo cronachistico della trascrizione italo-spagnola dal volgare dei cronisti contemporanei ai fatti. Molte sono le osservazioni, acute e criticamente apprezzabili (da far proprie senza alcuno indugio), sulle cause dei drammi nelle nostre zone del tanto tormentato Seicento, da parte di un risoluto Arturo Bascetta - al quale va un incondizionato plauso - come pure è da sposare il giudizio, a volte severo, su uomini, avvenimenti e fatti di tal secolo. Gli autori della ABE trattano il tutto senza alcuna pietà. Senza alcun falso moralismo. La loro storia è come una ventata di aria fresca, aperta, quasi violenta. Attira e sconvolge.
49,00

Sibilla di Medania. L'ultima vedova degli Altavilla

Sibilla di Medania. L'ultima vedova degli Altavilla

Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

Su Sibilla di Sicilia Regina di Palermo, altrimenti detta Sibilla di Medania, o di Acerra, non ci sono più dubbi che sia la stessa persona. Non bisogna però fare confusione, essendoci più sovrane di tal nome, con la Sibilla angioina di Gerusalemme, diva dei romanzi ottocenteschi, ai tempi della conquista del S.Sepolcro da parte del Saladino, o con la Sibilla delle Fiandre, sorella di Goffredo il Bello. E' però vero che la nostra Regina rischia di mandare ugualmente in confusione il lettore perché fu retrocessa a a Contessa di Lecce, spuntata nel pieno della guerra fra guelfi e ghibellini, quando Brindisi fu col marito Re Tancredi, e il papa costrinse monache, chiese e benedettini a voltare le spalle a quest'ultimo sovrano degli Altavilla, lasciando che la vedova perdesse due troni. Dopo una lunga premessa di chicche storiche sull'area di Lecce, Ostuni, Cassino, e la guerra fra Guglielmo il Buono e quello Cattivo, il libro riparte dalla fondazione di San Giovanni in Lecce, voluta a suo tempo da Accardo, per rilanciare la figura del bistrattato Conte di Lecce, il quale assurge a Re, e della sua vedova, retrocessa a Contessa. I succosi capitoli su Sibilla sono una continua scoperta di una bella figura di Acerra, del sangue dei D'Aquino-Medania, madre di cinque figli dispersi, designata a Regina di Palermo, dopo essere stata prigioniera dell'avversa Costanza di Sicilia, poi trattenuta anch'essa dalla stessa a Salerno, salvata dal nemico, e poi costretta dal papa al ritiro, pronto a rilanciare il Regno di Dio in terra. L'ex Contea di Lecce sarebbe stata la sede ideale per l'esilio del Re, poi della vedova, infine della figlia, allontanando i protagonisti dalla scena politica, costringendo l'erede a sposare l'ultimo dei Brienne del Lussemburgo, casata prossima al trono di Gerusalemme. Nelle pagine centrali di queste irrequiete cronache, tornano sulla scena i Templari, che richiamano l'Imperatore Enrico VI nel Regno, per consegnargli Napoli, Salerno e la Sicilia. Da qui la fuga dei reali di Palermo nel castello di Caltabellotta, il tranello del fantomatico accordo con la Regina vedova, poi rinnegata e spodestata; sorte toccata a tutto il Regno della Chiesa. Ma al papa basterà farsi nominare tutore del piccolo Federico II, e rieccolo governare dieci anni, ripartendo da Andria, per tenere a bada l'ormai innocua progenie leccese del fu Tancredi da Carovigno, dopo aver fatto uccidere Enrico VI, esiliare Costanza e Sibilla, invadere la Puglia, da Lecce a Taranto. Sono le due città riaffidate agli ormai innocui Tancredini e ai Brienne, con la spumeggiante Albiria, pronta a consegnare l'eredità del Regno Ultra di Capua al generale Sanseverino dei Tricarico. Questi, liberate Calabria, Lucania e Puglia, ripartono da Lecce, vicaria e metropolia del reame capuano della Sicilia continentale, per tentare, inutilmente, di ripristinare l'antico Regno di Puglia.
55,00

Jeanne II d'Anjou. Giovanna d'Angiò di Durazzo. Volume Vol. 2

Jeanne II d'Anjou. Giovanna d'Angiò di Durazzo. Volume Vol. 2

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 174

Nessuno, più di Giovanna II, erede diretta di Carlo il Piccolo, può dirsi Regina di Napoli, Sicilia e Gerusalemme, così come di una miriade di stati, fra cui i rispolverati regni di Rama e di Accola, come principiato ai tempi di Roberto il Guiscardo. E' questo un dato da sottolineare, confuso, abiurato o tralasciato dagli storici, che continuano a confondere Roma con Rama, urbe ben definita dai cronisti, e il trono dell'«H» di Puglia, motivo per il quale l'ex Duchessa di Durazzo era già Regina da diverso tempo quando successe a Re Ladislao su Napoli. La Giovanna II di questo libro rappresenta un susseguirsi di avvenimenti strabilianti, quasi prodigiosi. Essi permettono a questa fanciulla cresciuta dalla Chiesa, e quasi indifesa, di tenere a bada gli uomini di potere, passando la patata bollente della unificazione del reame, ora nelle mani di Sergiano Caracciolo, ora di Sforza, elevato a generale contro i capitani di ventura Orsino, Braccio e Tartaglia. Caracciolo ne guadagna la Prammatica Filangiera, quella che toglie i feudi ereditari, ma poi tradisce e ambisce al partito avverso del Re, insieme al papa, per tenere rinchiusa la Regina. Il governo cadrà col ritorno di Sforza e l'investitura di Giovanna, finalmente acclamata Regina, nella chiesetta napoletana dell'Incoronata. Ora è lei che fa imprigionare e liberare amici e nemici, a cominciare da Sergiano e dal marito, complici del papa, che le ha già scippato il Principato di Salerno. Ma la Regina si sente tradita: non le resta che chiedere aiuto a Re Alfonso d'Aragona, in cambio della successione al trono. Perfino Sforza si allea coi papalini, guidati da Luigi III d'Angiò per spodestarla, ripartendo dal regno parallelo di Sicilia Ultra, almeno fino alla riunificare i diversi rami angioini, a danno del Re Magnanimo che ora vuole la sua parte, mentre le contese fra gli staterelli tornano su Firenze. Napoli vive una apparente calma: si rifanno le province, le Università degli Studi, e i Tribunali con un nuovo rito per le Corti locali e per la Vicaria. L'uomo più potente del reame è sempre Sergiano, mentre il papalino Luigi Duca d'Angiò resta Re di Sicilia con Pippo Caracciolo a suo Vicerè. L'aria di scisma non aiuta: a Roma viene eletto Papa Eugenio, a Firenze torna Cosimo Medici. Ora Giovanna è una Regina vecchia e stanca, a stento ha la forza di liberarsi da Sergiano; al Re ci pensa il fato. La spaccatura politica però c'è, inutile negarlo: Napoli è sempre di Giovanna, ma trabocca di Catalani e Aragonesi, nei quartieri come nei castelli. La presenza dell'ineffabile Re Alfonso d'Aragona fa sbizzarrire i cronisti e la soglia di una nuova era è già nell'aria: nasce una creatura con due teste, il sole si oscura, e gli eventi meravigliosi prendono il sopravvento sulle panzanelle. Muore Re Luigi nella sua Cosenza; muore Giovanna, nella sua Napoli: è tempo di passare lo scettro a Don Alfonso. La Regina di Accola, designata alla successione del Reame di Sicilia da quando il fratellastro/nipotastro Re Ladislao morì avvelenato dall'amore, non è più. La parola passa al testamento in favore degli Angioni, ma il giovane Magnanimo, circondato da paggi con la bocca a cuoricino, ha già scippato le Terre di Benevento al papa e posto trono per sette anni nella cattedrale di s.Bartolomeo. La sua beltà attira i baroni adagiati sul Sabato come una calamita: cavalli, drappi, uomini e derrate vengono donate per un ducato da donare all'arciprete del paese, in cambio della fedeltà di ogni singolo feudo. Il nuovo Re è quasi pronto a sfilare con la corona in testa, quella che fu della seconda Giovanna, la Regina dell'Aquila di Puglia.
55,00

La Basilicata federiciana nella toponimia medievale: rudimenti di storiografia sveva. Origini e aspetti pregiuridici del territorio

La Basilicata federiciana nella toponimia medievale: rudimenti di storiografia sveva. Origini e aspetti pregiuridici del territorio

Antonio Vito Boccia

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 262

Con la struttura e con la forma di questo saggio, che ha ad oggetto uno studio sulla nascita dell'assetto moderno della Basilicata, viene presentata anche un'indagine approfondita sull'origine delle città lucano-basilicatesi e sulla determinazione dei confini della stessa regione, così come la conosciamo oggi. Nell'ambito di tali ricerche, finalizzate a ricostruire una storia che è ancora pressochè inedita, è stata messa in rilievo l'identità medievale del coronimo Basilicata, per come è risultato sia in base alle poche fonti primarie esistenti, che all'analisi toponimica: alla luce delle considerazioni contenute nel testo si vedrà che è lecito parlare di genesi 'sveva' della regione. Fermo restante il contenuto scientifico e il carattere argomentativo dell'opera, inoltre, vengono esposte una serie di tematiche di carattere storico-giuridico, unitamente ad altre di carattere linguistico, per quanto è possibile attraverso modalità divulgative. Sia le citazioni bibliografiche, sia quelle di archivio - se ritenute indispensabili - sono infatti presenti e vengono accennate ed inserite nel corpo del testo, mediante dei richiami volutamente sintetici (e non a piè pagina). Si deve poi segnalare il vasto utilizzo della 'toponimia', come principale metodo di ricerca: si tratta, com'è noto, di una scienza ausiliaria che risulta essere fondamentale per lo studio della storia del territorio, soprattutto in assenza di specifiche indagini archeologiche e di penuria archivistica. Essa, pur facendo parte della linguistica, intrattiene rapporti indispensabili con gli studi storici: infatti, riesce a rappresentare la significativa resistenza - sui luoghi - di veri e propri 'fossili linguistici', i quali possono fungere da guida, fornendo molto spesso adeguati e obiettivi riscontri, laddove (come nel periodo tardo antico e alto medievale) le fonti documentarie di primo grado sono molto scarse. A proposito di fonti d'archivio, dobbiamo ricordare che, perseguendo l'abitudine inveterata di cancellare una storia scomoda, fatta soprattutto di una presenza religiosa "concorrenziale" nel Mezzogiorno (parliamo di obbedienza 'ortodossa'), la chiesa cattolica - anche se involontariamente - ha grandemente contribuito a rendere poco leggibile l'epoca in esame, distruggendo il culto ortodosso e, vieppiù, i testi ad esso legati. A ciò si aggiunga la dispersione di una gran parte del patrimonio laico e, in particolare, di quello codicistico greco-medievale appartenente alla corte di Federico II, che venne improvvidamente donato da Carlo D'Angiò al papa e che, quindi, alla metà del Tredicesimo secolo fu trasportato in quello che sarebbe diventato l'archivio 'segreto' vaticano. Alcuni di questi codici si sono salvati e fanno parte del nucleo di partenza della raccolta vaticana, ma devono essere ritenuti come materiale archivistico disorganico e non perfettamente catalogato (inoltre, sono scarsamente studiati). Si specifica, infine, che pur non avendo una vocazione manualistica, il libro - grazie all'analisi di alcuni manoscritti medievali (soprattutto cronache e atti giuridici) - offre uno spaccato di storia del diritto vigente nel Mezzogiorno d'Italia, all'indomani dell'anno Mille.
35,00

L'astronomo di Benevento. Marco Beneventano e altre storie: Papa Benedetto XIII e Alfredo Zazo

L'astronomo di Benevento. Marco Beneventano e altre storie: Papa Benedetto XIII e Alfredo Zazo

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 108

Marco Beneventano fu un astronomo di fama. Egli polemizza con gli avversari del nominalismo, dottrina filosofica, una delle correnti più importanti della Scolastica, la quale sosteneva che i concetti, in filosofia chiamati universali, non posseggono una loro propria esistenza prima o scollegata dalle cose, né esistono al di fuori o nelle cose ma vengono concepiti solo come nomi. Dopo il 1500 lo ritroviamo a Venezia su invito del patrizio Giovanni Badoer, suo compagno di studi. Da qui, dopo qualche tempo, si trasferì a Roma, al seguito del cardinale Pietro Isvalies, (Messina, 1450 circa - Cesena, 1511), elevato al grado di principe della Chiesa nel 1500 dal papa Alessandro VI. (Filippo Crucitti, s. v. Isvalies in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62, 2004). A Roma, si dedicò - in collaborazione con Giovanni Cotta - a studi geografici e astronomici. Tali conoscenze si riversarono nell'edizione romana del 1507 della Geographia di Tolomeo, per la quale elaborò, insieme con Cotta, gli ampi Schemata. Dopo la morte del cardinale Isvalies nel settembre 1511, Marco fece ritorno a Napoli, presso il cui Studio (cioè l'università) ottenne la cattedra di logica, e in seguito, tra il 1513 e il 1514, anche quella di geometria. Di vasta competenza astronomica e astrologica, Marco sostenne una polemica che lo oppose, tra il 1520 e il 1521, ad Albert Pigghe, docente di astronomia a Parigi. La controversia prese avvio nel 1520, quando Pigghe pubblicò in forma anonima il De aequinoctiorum solsticiorumque inventione, suscitando la reazione del Beneventano, che rispose con l'Apologeticum opusculum adversus ineptias cacostrologi anonimi (Napoli, A.Frezza, 1521), aspra critica rivolta all'ignoto astrologo che osava porre in discussione la validità non solo delle Tabulae Alphonsinae, ma anche delle scoperte di grandi astronomi quali Georg Peurbach (Purbach) e il Regiomontano (Johann Müller). Pigghe replicò con la Adversus novam Marci Beneventani astronomiam… Apologia (Parigi 1521), alla quale M. rispose nell'agosto 1521 con il Novum opusculum iterum scribentis in cacostrologum referentem ad eclypticam immobilem abacum Alphonsinum (Napoli, A. Frezza), che chiuse una disputa di notevole risonanza. Nel Novum opusculum del 1521 si definiva un "senex sacerdos ac Monachus". Dopo di quella data non si ha più notizia di lui; si ignora la data della sua morte. Non è certo, inoltre, che per il giubileo del 1525 Clemente VII lo abbia chiamato a Roma con l'incarico di penitenziere della basilica di S. Pietro, tra i diversi confessori nominati nel 1524 dal papa compare un "Marcus Abbas Beneventanus". Una tale identificazione, già proposta da A. Vittorelli (Historia de' giubilei pontificii, Roma 1625, p. 347), non trova evidenza documentaria. "Dalla lettura dei rotuli, cioè gli elenchi degli insegnamenti e dei professori, si evidenzia nell'anno accademico 1465-1466 la presenza, per la prima volta, di un corso di Strologia tenuto da Angelo Catone (1440 ca.-1496), filosofo beneventano, astrologo e medico di Ferrante I d'Aragona. Tra i suoi più importanti scritti c'è il De cometa anni 1472 in cui Catone riporta le indicazioni fenomenologiche e le caratteristiche di colore e di posizione della cometa, a cui attribuisce il nome di Pogonias; inoltre interpreta l'evento celeste dando indicazioni di tipo astrologico… Agli inizi del Cinquecento il nome che più spicca tra i lettori è quello del monaco celestino Marco da Benevento, teologo e matematico che durante la sua permanenza a Bologna aveva seguito insieme a Copernico le lezioni di astronomia di Domenico Maria Novara, tanto che nel volume Apologeticum opusculum si definisce Syderalis scientiae studioso.
44,00

Canes di Giovanni Darcio da Venosa: traduzioni dal latino edite e inedite di Virgilio Iandiorio

Canes di Giovanni Darcio da Venosa: traduzioni dal latino edite e inedite di Virgilio Iandiorio

Virgilio Iandiorio, Giovanni Darcio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

Di lui sappiamo quello che ha scritto nella sua opera Canes, pubblicata a Parigi nel 1543. Darcio era nato a Venosa, difficile stabilire l'anno; nella sua città si dedicò all'insegnamento, poi si trasferì in Francia al seguito del vescovo Andreas Richer. Di lui non sappiamo altro. Può sembrare un'impresa folle, come quella di cui parla Michel Onfray a proposito della biografia di Lucrezio: «Bernard Combeaud [amico del filosofo che aveva tradotto il De Rerum Natura] nutriva il progetto egualmente folle di scrivere una biografia di Lucrezio. Noi sappiamo che della vita di questo poeta non sappiamo nulla. Bernard però sosteneva che la frequentazione intima del testo gli aveva permesso di intravedere l'uomo e si proponeva quindi di raccontarne a suo modo la vita» (M.Onfray, Vivere secondo Lucrezio, Parigi 2021, tr. It. Milano 2023 p.12). Giovanni Darcio manifesta nella sua opera una conoscenza profonda dei cani, dell'arte di allevarli e di addestrarli, acquisita con l'esperienza diretta, come afferma in due punti nel testo (comperta loquor, cioè, io parlo con cognizione di causa). Dai suoi versi, perciò, traspaiono, come in controluce, i tratti della sua personalità. Non saprei dire quanta fede possa avere questa biografia di Giovanni Darcio, scritta alla maniera degli autori delle novelle storiche nei secoli XVII-XIX. Sul fondo di qualche verità ho tessuto una tela di parecchi avvenimenti, contemporanei e di certo patrimonio della sua cultura letteraria e della sua esperienza. Ad ogni modo potrà risultare di gradimento a chi legge vedere che le cose, che mi fingo narrate in prima persona dal poeta, poniamo che non siano realmente accadute, possono, però, risultare almeno probabili, perché i riferimenti ad esse sono avvenimenti dell'epoca del nostro poeta. Una full immersion nel passato, come ci hanno abituato a vedere con i ritrovati della più sofisticata tecnologia, e le diavolerie informatiche dei nostri giorni. Ma navigare nel tempo passato o futuro che sia e anche nello spazio vicino o lontano da noi, ha sempre attratto la fantasia dell'uomo. E penso alla Storia vera di Luciano di Samosata, vissuto nel secondo secolo d.C., un racconto fantascientifico di viaggi al di là delle terre conosciute ai suoi tempi, in cui i protagonisti arrivano addirittura a viaggiare nello spazio e ad incontrare i Seleniti, gli abitanti della Luna. Senza scomodare altri famosissimi poeti e scrittori che hanno scritto di viaggi al di là del tempo e dello spazio, ho immaginato di ascoltare dalla viva voce del poeta Giovanni Darcio momenti della sua vita, ricostruiti attraverso le poche parole che di sé ha scritto nelle sue opere, poche anch'esse.
25,00

Guardia Sanframondi preistoria e medioevo: le scoperte, gli scavi e le chiese nei documenti e nelle pergamene

Guardia Sanframondi preistoria e medioevo: le scoperte, gli scavi e le chiese nei documenti e nelle pergamene

Angela Iacobucci

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 100

Sono le storie di vita quelle che mi attraggono di più, le storie di quelle persone che vivono nell'ombra, ma che, discrete e forti, danno contributi importanti alla conoscenza e segnano il cammino dell'umanità. L'"incontro" accende la mia curiosità e apre la mente a mille domande, che piano piano catalizzano la mia attenzione e, ancor prima che me ne renda conto, diventano ronzio e poi pensiero. Come quando mi imbatto nella storia di qualche donna straordinaria, una di quelle donne complesse e complete, che, per un'antica e radicata tradizione culturale che le vuole ai margini, finiscono con l'essere troppo spesso dimenticate o addirittura cancellate dalla memoria collettiva. Mi prende allora il desiderio di scoprirne la personalità, di capire il contesto storico nel quale tanta bellezza è scomparsa e come ciò sia potuto accadere. Un battito d'ali di farfalla capace di scatenare un uragano nella mia mente, al punto che lo sforzo di riportarne alla luce la storia diventa scommessa. Comincio ad entrare nella storia lentamente, quasi per gioco, con il mio andare lento, prendendomi il tempo per le verifiche e anche per i ritorni, e a quel punto, mio malgrado, il coinvolgimento è già diventato motore inarrestabile. È quello il momento della penna! All'inizio la figura è evanescente, un'ombra fuggevole che lentamente comincia a prendere corpo e si materializza come da un sogno, poi, via via che le notizie si aggiungono, quali pennellate di colore al disegno dai tratti leggeri, il quadro si delinea. Così, lentamente, per incanto, la storia diventa leggibile, come l'inchiostro simpatico delle antiche lettere d'amore, quando venivano passate al calore della fiammella. Infine, quando il lungo lavoro si conclude e la spinta emotiva pure, quasi sempre, emerge una figura che mi lascia sorpresa e mi convince che ne è valsa la pena. Questo lavoro dedicato alla ricostruzione della Storia di Guardia Sanframondi è invece un po' anomalo, così come il modo in cui cominciò. Era una di quelle serate prenatalizie, con l'aria che pizzicottava le guance, ma non ancora fredda; la chiesa di S. Sofia risplendeva della magia delle luci soffuse che allungavano le ombre tra le volte inarcate e le antiche colonne romane. Nel silenzio di respiri trattenuti, risuonavano gli echi di antichissimi canti a cappella, che prendevano corpo sotto quegli archi longobardi e si levavano assottigliandosi in preghiere sublimi, nati lì, ancor prima che nascessero i canti gregoriani. Nella curva della piccola chiesa semicircolare, opposta alla mia, tra i volti noti, quasi sempre gli stessi, di una città di provincia, il sorriso e il cenno di un'amica, che in quel periodo era la Capo Delegazione del Fai di Benevento. Ci salutammo fuori. Il concerto di Canto Beneventano era appena terminato, ma le suggestioni aleggiavano ancora e l'atmosfera incantata tardava a fluire. Nel cicaleggio che sempre segue gli eventi, mi partecipò il desiderio che mi rendessi disponibile alla ricostruzione della storia dei numerosi tesori d'Arte della mia terra d'origine, per metterli in mostra nella vetrina delle "Giornate FAI di Primavera" del 2018. Le dissi subito di sì, come al colpo di fulmine di un innamoramento giovanile. Cominciai a raccogliere le notizie, un po' per gioco, un po' per scommessa, un po' per curiosità. Sulle prime continuavo a mantenere un goliardico atteggiamento di dovere, che oscillava tra l'impegno assunto e una sorta di amore per le radici. A.Iacobucci
39,00

Il monte dei maritaggi di luca Giannone: la dote delle fanciulle in San Barbato di Manocalzati (Av)

Il monte dei maritaggi di luca Giannone: la dote delle fanciulle in San Barbato di Manocalzati (Av)

Deborah Zara Kobylt, Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 186

Il fascino del ricordo che si fa presenza. È affascinante conoscere coloro che hanno avuto un ruolo determinante nella vita e nell'amministrazione di San Barbato secoli fa, perché fa parte anche della mia eredità. In effetti, la storia dei miei antenati mi ha affascinato fin da quando ero molto giovane. Chiedevo spesso ai miei genitori storie del passato, ma ottenevo poche risposte perché non ce n'erano molte tramandate loro, sebbene la tradizione culinaria e l'amore per la famiglia fossero sempre una costante. Incontrare finalmente i miei parenti a San Barbato e Manocalzati qualche anno fa per la prima volta mi ha aiutato a comprendere non solo da dove è emigrata la mia famiglia, ma anche chi sono io. E dopo aver letto una delle prime copie di questo libro ben documentato, mi sento ancora di più parte di questa regione, legata non solo dalla storia, ma dal sangue. Sono nata nel New Jersey, negli Stati Uniti. Ero una bambina curiosa, che si poneva domande su tutto ciò che incontrava. Mia madre, Edith De Benedictis, era nata a Newark, nel New Jersey. Diceva che una delle mie prime parole fu "perché". Non c'è da stupirsi che sia diventata giornalista, sempre alla ricerca di risposte alle tante domande che mi frullavano in testa. E una di queste domande riguardava la mia famiglia in Italia, volevo saperne di più sui miei quattro nonni e altri parenti nati lì che arrivarono in America in nave in cerca di opportunità sconosciute. Il padre di mia madre, Nicola "Nicholas" De Benedictis, e mia madre, Antonietta Del Mauro, erano entrambi di San Barbato-Manocalzati. Come molti italiani, Nicola arrivò negli Stati Uniti all'inizio del 1900 in cerca di lavoro e alla fine trovò impiego nelle ferrovie. Mi è stato detto che Antonietta fu imbarcata su una nave dall'Italia in giovane età con un biglietto in mano con su scritto chi cercare al suo arrivo. Nicola morì quando mia madre era adolescente, quindi non l'ho mai incontrato. I documenti indicano che lui e mia nonna ebbero nove figli, due dei quali morirono molto giovani. Conoscevo mia nonna, Antonietta, una bellissima donna con lunghi capelli bianchi che portava raccolti in uno chignon. Mia nonna veniva spesso a stare con noi quando ero piccola e ho sviluppato uno stretto rapporto con lei. Giocavamo a scopa, un gioco di carte italiano, che ci univa, perché, pur non parlando la stessa lingua, eravamo legate dall'amore. Infatti, mia nonna non parlava inglese e io capivo pochissimo l'italiano. Molti della mia generazione non hanno imparato l'italiano perché ci dicevano: "Sei in America. Parla inglese". I miei genitori parlavano spesso italiano tra di loro e con i miei zii e zie, ma non con me. Quindi, sebbene la lingua fosse una barriera, il legame con le mie radici italiane attraverso il cibo, la danza, le riunioni di famiglia e le tradizioni era ciò che avevamo in comune. Provavo a chiedere a mia nonna com'era crescere in Italia, ma spesso mi rispondeva con una sola parola o a volte con la frase "molto difficile". Naturalmente, volevo saperne di più, ma questo era tutto ciò che ottenevo. Mio padre, Anthony John Zara o "Tony", era di Union, nel New Jersey. Suo padre, Giovanni "John" Zara, e sua madre, Luisa Di Palma, erano originari della zona di San Barbato, come gli altri miei nonni. Mio padre mi raccontò che suo padre da bambino visitava il New Jersey con suo padre, Dominic Zara, e lavorava con lui nel giardinaggio e in altre attività. Dai racconti che mi sono stati tramandati, ho appreso che quando Giovanni Zara emigrò finalmente negli Stati Uniti, aprì una sua prospera attività di giardinaggio, che gli permise di inviare denaro in Italia per aiutare la sua famiglia.
26,00

I fratelli inseparabili e altre storie giovanili

I fratelli inseparabili e altre storie giovanili

Stefano Palazzi

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 112

Questo libricino, il primo, del giovane Stefano Palazzi, arricchisce il cuore per la gioia, le emozioni e altre coserelle che ti restano dentro dopo aver letto, tutto d'un fiato, le divertenti battute del nostro Autore. Certo, lui è alle prime armi, ma la stoffa si intuisce fin da subito e la speranza è che continui su questa scia, magari ampliando i tempi della commedia, con nuove e avvincenti avventure, come per un fumetto, più che un romanzo, verso cui appare trasportato di meno. Insomma il suo avvenire potrebbe essere, stile a parte tutto da caratterizzare, proprio nel racconto, lungo o corto, questo lo deciderà a breve… L'occasione, intanto, permette una riflessione su cosa scrivono, scrivevano, il perché e il come, i giovani alle prime armi affascinati dall'arte più antica del mondo, da quando esiste l'alfabeto. Pertanto la speranza è quella che da ciascun buon romanziere nostro si possano staccare pagine, moralità, ritratti, situazioni, che non stonino, anzi che naturalmente si richiamino ai classici di cronisti, novellieri, moralisti, satirici, autori di commedie dei secoli passati. A questo punto, concludeva Pancrazi dopo una lunga cernita di lavori fra Otto e Novecente, premesso che questa collana «d'ogni tempo» non è «un'antologia non è né un registro dell'anagrafe, né un ospizio, e che un libro anche grosso ha necessariamente i suoi limiti, dirò, perchè è il vero, che per scegliere questi sessantacinque scrittori ne ho cercati, tentati o provati almeno altrettanti. Quanto poi ad aver letto tutto di tutti, se anche mi ci fossi sobbarcato, delle due, una: o ci sarei morto sotto, o ne sarei sortito fuori imbecille. Nell'un caso e nell'altro, non avrei giovato né al mio lettore né a me. Ma certamente ho portato nella ricerca e nella scelta, la curiosità, la cura, e infine l'affetto ch'io potevo. Potrei anche raccontare al lettore che, nel corso del lavoro, alcuni autori o alcuni racconti sono più volte entrati ed usciti dal piano del libro. Includerli? Ometterli? Sostituirli? E qualche dubbio ha insistito, si è affacciato e riaffacciato, posso dire fino a ieri. Ieri finalmente, ho fatto mio il motto del gabellotto di Alghero…. Ad Alghero, su quel bel mare di Sardegna, presso la Porta a Terra, mi mostrarono una torretta dove fino al secolo scorso, ogni sera, calato il sole, saliva su un gabellotto. Dato uno sguardo all'intorno, il gabellotto gridava: Chi è dentro è dentro! E chiudeva la porta di Alghero fino al nuovo sole». È ciò che dice ancora oggi il cuore a un editore globalizzato, il quale, scimmiottando il grido dell'innocente gioco dei cavalieri (S.Giorgio, me ne vengo) che facevamo da ragazzi saltellando gli uni sulla schiena degli altri, anch'egli urla: Chi è dentro, è dentro! E chi è fuori, è fuori! E l'ultimo chiuda la porta.
20,00

Guardia Sanframondi, racconti di pietre: i monumenti (2 parte su archeologia, reperti e storia nel Sannio di Benevento)

Guardia Sanframondi, racconti di pietre: i monumenti (2 parte su archeologia, reperti e storia nel Sannio di Benevento)

Angela Iacobucci

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Nel I volume: "Guardia Sanframondi", abbiamo raccontato la storia di questo antichissimo Borgo Medievale a partire dalle sue origini e di come queste affondino le radici nella Preistoria, grazie alla preziosa documentazione costituita dalla ricca raccolta di reperti rinvenuti e catalogati dal prof. Abele De Blasio, medico, psichiatra, antropometra, criminologo, titolare della cattedra di Antropologia all'Università di Napoli. Specializzato in Chimica Farmaceutica nonché appassionato di Scienze Naturali e di Paleontologia, Abele De Blasio dedicò, tra la fine del sec. XIX e la prima metà del sec. XX, numerose ricerche al territorio di Guardia, durante le quali rinvenne, grazie alle sue brillanti intuizioni: amigdale, fusaiole, macinelli di quarzite, tombe con resti umani, corredate di manufatti di creta, risalenti all'età del Bronzo, resti di animali domestici e persino palafitte. Tutti questi reperti furono raccolti in una vasta area compresa tra la Grotta S. Angelo, sulle pendici occidentali del Monte di Guardia fino alle terre situate a valle, presso il fiume Calore, passando per Castelvenere. Vi abbiamo narrato di come catalogò tutti i reperti con l'accuratezza e il rigore dello studioso, che pubblicò in oltre duecento pubblicazioni scientifiche, che hanno costituito la documentazione in base alla quale possiamo affermare che gli insediamenti umani quei luoghi in risalgono al Neolitico e soprattutto che la presenza umana in questi territori è stata uniformemente e costantemente distribuita a partire dal Neolitico fino ai nostri giorni, senza soluzione di continuità. Tra queste spicca, l'accurata descrizione, in una pubblicazione riccamente documentata, di due amigdale di Chelles, risalenti al Pleistocene, ritrovate nelle località di Starze e di Limata, presso il fiume Calore, che consentì l'esposizione delle due amigdale nel Museo Antropologico di Parigi, che ancora si onora di custodirle. L'enorme lavoro fatto in solitudine dal ricercatore certosino suscita lo stesso stupore del racconto di un sognatore visionario, se non fosse che testimonianze in pietra, reperti ossei preistorici, manufatti archeologici musealizzati e riconoscimenti accademici ci obbligano a una ossequiosa considerazione del lavoro geniale e pragmatico dello studioso. Abbiamo continuato la narrazione, mettendo in evidenza le difficoltà di reperire le testimonianze della presenza dei Sanniti sul territorio, sebbene la descrizione, che T. Livio fa della collocazione della "Fulfulae" sannita in "Ab Urbe condita", corrisponda esattamente alla posizione geografica di Guardia Sanframondi, le cui tracce, però, accuratamente cancellate dalla furia conquistatrice dei Romani, sembravano perdute. In questo secondo volume racconteremo le opere architettoniche e artistiche ancora presenti sul territorio perché rappresentano le testimonianze vive dello splendore economico e culturale del tempo a cui appartengono, perché danno solidità al racconto storico del primo volume, ma soprattutto perché la Bellezza in esse contenuta e il potere taumaturgico ineffabile che effondono meritano di essere godute. Quindi in una ipotetica passeggiata nel borgo, evidenzieremo, via via che le incontreremo, le poche testimonianze sannite, ma narreremo soprattutto quei monumenti e quelle opere d'arte che, sopravvissute alle guerre, ai terremoti e alle pestilenze, sono ancora testimoni tangibili della storia e della ricchezza di questo borgo, ma soprattutto diremo di come queste siano state recuperate, grazie all'amore per le radici e ad un notevole impegno economico.
39,00

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