Neri Pozza
La materia fiorente. Sulla natura della poesia
Gustav Sjoberg
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 128
Chi ha detto che la materia è incapace di creare da sé la forma (o le forme)? D'accordo, è stato Aristotele, lo sappiamo. Ma cosa accadrebbe invece se, forzando il maestro di coloro che sanno, troncassimo il legame tra forma e arte perché «mediante un concetto di forma radicalmente altro diventerà possibile una distruzione dell’arte – e, in particolare della poesia – concepita come ambito autonomo, come sfera distinta dalla non-arte, dalla non-poesia oppure come sublime riflessione sull’esistenza. Non sarà che qui si compie una risoluzione dell’arte nella natura?» Non è alla scienza o alla negromanzia tecnologica faustiana che l’autore affida tale compito, ma alla poesia stessa, concepita – secondo un paradigma insieme antico e attualissimo – come la fiorente materia del tutto. Il libro di Sjöberg, scritto in originale con minuscole che aspirano al filo d’erba, ma grondante della rugiada dei grandi – l’autore cita dall’originale i classici italiani della naturalezza poetico-politica e simbolica della lingua, ancora al di là di ogni teologia politica: Dante, Bruno, Campanella (che ha tradotto nella sua lingua), senza dimenticare Folengo e Rabelais – mostra che sarà un passaggio “naturale” e invita a compierlo. A condizione che le differenze linguistiche dettate dai luoghi di appartenenza dei parlanti che li abitano, una volta riconosciute e valorizzate, escano dal labirinto dei simboli e delle culture e si lascino attraversare da un senso per la differenza simpatetico all’intelletto comune di Averroé, atto a pensare l’umano sotto un principio unico di permanente, immediata connessione. Consumata allora la babele dell’incomprensione tra popoli bellicosi, l’aiuola che ci fa tanto feroci troverà finalmente una sua pace, che sarà l’ordine mondiale del “giardino planetario” a garantire. Nel “comunismo cosmico” a esso promesso la forma inoperosa di giardinaggio sarà poetica. Trapianterà, al posto della poesia antropocentrica dedita a una decidua filologia, una sempre rifiorente “filologia naturale” in cui l’umano ridivenuto natura ritroverà alla fine quell’innocenza infantile che, forse, non si ricorderà più nemmeno di aver perso. M.F. «Un altro modo di comprendere la materia sarebbe, approssimativamente, di trattarla come una produzione di infinite, innumerevoli forme entro un incessante movimento di decomposizione e composizione, dissoluzione e ricombinazione. Concepita in questo modo la materia non sarebbe più un substrato passivo su cui si debba intervenire con un lavoro formale, bensì, al contrario, una molteplicità di forme che genera se stessa e con cui combacerebbe».
Il bambino
Massimo Cecchini
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 208
Il Bambino è un romanzo che lascia dei segni profondi. Il Bambino oggi ha quasi sessant’anni. Per tutta la sua esistenza è vissuto in una famiglia che ha protetto il suo handicap neonatale, immolandosi completamente: perdendo denaro, vita, carriere senza alcun rimpianto, senza avere dubbi. Il Bambino, che si chiama Angelino, non parla, non si ha certezza intenda quello che gli si dice, è autolesionista, ha perso la vista colpendosi ripetutamente le tempie con i pugni. E ha obbligato i genitori a continui viaggi notturni, per centinaia di chilometri, ogni notte, con il bel tempo e con la neve: perché è l’unico modo per farlo stare calmo. Il Bambino è una storia vera, raccontata senza filtri, con una scrittura asciutta e aspra. La vicenda si snoda dagli anni Sessanta del secolo scorso per arrivare fino ai giorni nostri, e racconta la parabola di una coppia che sceglie la strada di un amore impervio e dirompente. Pietro e Anna Bonaventura, giovani appartenenti alla borghesia romana, sembrerebbero essere il paradigma della consuetudine finché non irrompe nella loro vita Angelo, il loro unico figlio. Angelo calamita attorno a sé l’attenzione e la cura incessante di tutta la famiglia, anche perché le sue patologie, con il passare degli anni, si aggravano, rendendo necessario l’aiuto di un numero sempre maggiore di persone per la sua gestione. Così nella vita di Pietro, Anna e Angelo entrano una serie di personaggi, prime fra tutte due domestiche filippine, Nora e Roselyn, che accompagneranno i Bonaventura per gran parte della loro vita. L’altro protagonista del romanzo è Lorenzo, il giovane autista di cui Angelo ha bisogno quotidianamente. Questo è un romanzo sulla tenacia, sulla dedizione, ma anche sull’insensatezza. Un libro estremo che ci lascia indifesi di fronte al peso di un dramma esistenziale che non ha mai vie di uscita. Come fosse un destino scritto da un dio impazzito.
Autobiografia della gaffe
Mario Fortunato
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 160
«A vent’anni si è così poco sé stessi da non poter essere altro. È l’età della gaffe: il momento della vita in cui la verità non ha fatto ancora in tempo a mascherarsi». Si immagini dunque l’autore giovane, in un pomeriggio d’inizio estate, in una sala gremita di pubblico e autorità locali, esibirsi in un convegno su “La letteratura e i giovani” utilizzando come metafora la perdita di un braccio. Si immagini poi, seduto in prima fila, accanto al Sindaco, un editore leggendario che si agita alle sue parole, voltandosi a destra e sinistra in preda a un nervosismo e un disappunto crescenti. Nell’anima accecata del giovane autore si fa strada l’idea che nulla è meno visibile di ciò che sta molto vicino e così si accorge che, seduto in prima fila accanto all’editore, il Sindaco è privo di un braccio. Tuttavia è a quel punto che accade l’inimmaginabile: invece di concludere il suo discorso e tacere per sempre in preda all’onta, il giovane autore precipita in un gorgo ineluttabile di ignobili riflessioni sulla scrittura come arto mancante e amputazione primaria. Tanto che, quando gli interventi cessano, l’editore leggendario gli sussurra in un orecchio: Sei così bravo in materia che dovresti scrivere un libro sulla gaffe. Questo libro nasce per adempiere quel lontano suggerimento.
La diagonale Alechin
Arthur Larrue
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 256
Occhi d’acciaio, di un azzurro terreo, bocca stretta che ne tradiva il carattere marziale e gesti affettati da moscovita di nobili origini, Aleksandr Alechin fece il suo definitivo ingresso nell’aristocrazia scacchistica nel 1927, quando a Buenos Aires si aggiudicò il titolo di campione del mondo sconfiggendo José Raúl Capablanca, elegantissimo cubano che dominava la scena da quasi un decennio. Sadico degli scacchi che, con il suo attacco a sorpresa, mirava ad atterrare e distruggere l’avversario, Alechin si era preparato con cura all’incontro. Aveva studiato il limitato repertorio di aperture di Capablanca, il suo «istinto di conservazione», e aveva deciso di affrontarlo con il suo imprevedibile gioco di attacco. Chi era, tuttavia, davvero questo genio che padroneggiava mirabilmente le mosse sulla scacchiera, ma non altrettanto quelle sul palcoscenico della sua vita e della sua epoca? In Russia era stato campione nazionale di scacchi e, insieme, giudice istruttore della polizia criminale di Mosca, interprete presso il Comintern e, stando a quanto alcuni affermano, spia scampata a una condanna a morte grazie all’intervento di Trockij. In Francia, dove ripara nel 1921, diventa Alexandre Alekhine, capitano della nazionale francese di scacchi nelle cui file gioca, per qualche anno, Marcel Duchamp. Accanito bevitore, tratta spesso le persone come fossero semplici pedoni sulla scacchiera. Inquieto seduttore, si sposa cinque volte con donne molto più anziane di lui. Durante il governo di Vichy, scrive sulla Pariser Zeitung, la rivista tedesca della Parigi occupata, una serie di articoli in cui tratteggia le differenze tra lo scacchista ebreo e quello ariano. Collabora con Hans Frank e Joseph Goebbels, partecipa a tornei nei territori del Reich. Dopo la guerra, accusato di collaborazionismo, si rifugia nel Portogallo di Salazar, dove muore in circostanze oscure nel 1946, a 53 anni e ancora campione del mondo di scacchi. Se è vero che la letteratura è la sola arte capace di restituirci «il mistero dell’individuo» (Emanuele Trevi), non c’è modo migliore delle pagine che seguono per accostarsi all’opera e alla figura di questo genio degli scacchi. Con la sua impeccabile scrittura, Arthur Larrue ritrae mirabilmente colui che Harold C. Schonberg definì «lo scacchista più immorale di Richard Wagner e di Jack lo Squartatore» e ne svela, a un tempo, il «doppio invisibile».
Il dizionario del bugiardo
Eley Williams
Libro: Libro rilegato
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 256
Londra, il Diciannnovesimo secolo è al tramonto quando Peter Winceworth, della rinomata casa editrice Swansby, riceve dal professor Gerolf Swansby in persona l’ingrato compito di aggiornare il Nuovo Dizionario Enciclopedico Swansby alla lettera S. Il lessicografo, che è solito dire neceffario e peccaminofo, sparpaglia sulla scrivania i suoi foglietti azzurri coperti di parole che cominciano per la fatidica consonante, ma voci e lemmi si trasformano subito in fastidiosi sibili e fischi. Non è semplice liberarsi della zeppola, soprattutto se è una zeppola falsa, del tutto artefatta, nata dalla sciocca convinzione, maturata da Winceworth quand’era bambino, che quell’amabile artificio potesse garantirgli in cambio sorrisi e gentilezza. Non è nemmeno semplice liberarsi del maleficio della simulazione per chi ne ha fatto la propria condotta di vita. Soprattutto, per chi ha a che fare con l’artificio più grande di tutti: la compilazione e la definizione delle parole. Perché dunque non inventare parole nuove, visto che ogni lingua muta con il mutare delle epoche? Londra, in un giorno qualsiasi del Ventunesimo secolo Mallory è al lavoro nel suo ufficio al secondo piano della Swansby House. Accanto vi è una squallida stanza delle fotocopie, poi il ripostiglio della cancelleria e alla fine del corridoio l’ufficio di David Swansby, erede della rinomata casa editrice omonima. Mallory è stata assunta con l’incarico di rispondere alle telefonate che arrivano ogni giorno, provenienti stranamente tutte dalla stessa persona. Telefonate che minacciano di far saltare in aria l’edificio, accompagnate da auspici funesti: «Spero che bruciate all’inferno», «Vi voglio tutti morti». La vita di Mallory si adagerebbe nella routine di queste minacce, se David non le affidasse un nuovo compito: contribuire alla digitalizzazione del dizionario Swansby scovando voci e lemmi bizzarri come aragnasetlazione (la sensazione di camminare tra filamenti di seta di ragno) o asinidoroso (che emette l’odore di un asino che brucia), con cui qualche bislacco lessicografo ha cercato in passato di minare il buon nome delle edizioni Swansby. Tra le mura della Swansby House, tuttavia, la simulazione non si annida soltanto nelle pagine di un vecchio dizionario… Accolto al suo apparire in Inghilterra da un grande successo di critica e pubblico, Il dizionario del bugiardo è un romanzo sul potere più grande che è dato agli esseri umani: il potere delle parole.
La gentilezza della ragione
Ferdinand von Schirach, Alexander Kluge
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 144
Se un'intelligenza extraterrestre si avvicinasse alla Terra, vedrebbe di lontano quel puntino celeste che è il nostro pianeta. Ma il suo sguardo si soffermerebbe anche su minuscoli segnali luminosi, una sorta di presenza spirituale coerente: la traccia lasciata dai grandi pensatori di ogni epoca. Si aprono così, con quest'immagine visionaria, le cinque conversazioni che compongono "La gentilezza della ragione". Alexander Kluge e Ferdinand von Schirach, intellettuali, scrittori ma anche giuristi, si incontrano, dialogano, si completano, si contrappongono, come in quell'agorà dove Socrate cercava discepoli ma anche contraddittori. Proprio come nella piazza ateniese, in queste pagine Kluge e von Schirach discorrono di grandi temi morali partendo dallo spunto di quelli che possono riduttivamente definirsi casi giudiziari, con l'acume analitico degli uomini di diritto, ma anche con lo «sguardo nel cuore umano», come lo chiamava Schiller, dei letterati. A cominciare dal caso di Socrate, della sua rinuncia all'autodifesa e della conseguente condanna a morte. A seguire con Voltaire e la sua pubblica battaglia per riabilitare, in maniera postuma, l'innocenza di Jean Calas, un uomo giustiziato in modo atroce. E con Heinrich von Kleist e il suo racconto del Trovatello per indagare la malvagità e, in ultima istanza, la solitudine estrema dell'essere umano. Tre figure fondamentali per il pensiero occidentale, accomunate, secondo gli autori, da una razionalità "gentile", che mai rinuncia al mito e alla trascendenza. Come una Wunderkammer rinascimentale, questo libro è una stanza delle meraviglie che trabocca di suggestioni antiche e nuove per ragionare di questioni fondamentali come il diritto e la società, i pericoli della democrazia diretta e dei social media, la realtà e la sua rappresentazione, la verità autonoma della letteratura. Per definire cosa in fin dei conti ci rende realmente umani.
Seicento giorni di terrore a Milano. Vita quotidiana ai tempi di Salò
Marco Cuzzi
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 464
Salvatore Quasimodo restituisce la drammatica immagine della città nelle poche righe della sua disperata poesia "Milano, agosto 1943": «Invano cerchi tra la polvere: / povera mano, la città è morta. / È morta: s’è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio…». I bombardamenti hanno costretto a sfollare mezzo milione di milanesi, e molti senza tetto non sanno dove andare. Entro la cerchia dei Navigli, oltre i due terzi delle case sono distrutte o seriamente danneggiate. Ma il peggio deve ancora venire. Dal settembre del 1943 all’aprile del 1945 Milano vive i suoi giorni più terribili. Firmato l’armistizio, il generale Ruggero, che comanda la piazza di Milano, negozia un trattamento “umano” da parte dei tedeschi. Ma è una trappola e pochi giorni dopo viene arrestato. La città cade in mano alle SS, che operano e soprattutto torturano all’Albergo Diana e al Regina. Prendono il sopravvento i fascisti più violenti, affiancati da illusi e irriducibili. Podestà e prefetti moderati vengono emarginati e la spoliazione della città procede a tappe spedite. Il famigerato Franco Colombo crea la Muti, congrega di assassini e torturatori a cui si aggiungono, provenienti da Roma, quelli della banda Koch. C’è una palazzina Liberty, in zona Lotto-Fiera, dove danno sfogo al loro sadismo sui prigionieri: verrà ricordata come Villa Triste. I tedeschi fanno smontare i macchinari delle grandi fabbriche per spedirli in Germania e impongono contributi in minerali, oro e persino in polli, maiali e mucche. Poi comincia il rastrellamento degli ebrei e il loro invio nei campi di sterminio dal Binario 21 della Stazione Centrale. In quest’inferno la gente cerca una parvenza di normalità. Nel 1944 i cinema e i teatri sono pieni. Si proiettano film e si danno spettacoli che nulla hanno a che vedere con la guerra: storie d’amore o d’avventura. I ristoranti prendono il nome di “refettori” e i bordelli diventano il luogo di trattative segrete. Venerdì 20 ottobre 1944 è il più drammatico dei seicento giorni. I bombardieri americani di ritorno da un raid sulle fabbriche della città sganciano le ultime bombe su Gorla, un quartiere nel Nordest, dove centrano la scuola Crispi. Il bilancio è spaventoso: 614 morti e almeno 600 feriti gravi; tra questi, 184 alunni, la direttrice e 19 tra maestri, bidelli e collaboratori. Mussolini intanto si tiene distante dalla città. Torna a Milano, dove la sua parabola era cominciata, solo alla fine… per il tragico epilogo.
Colpa e tempo. Un esercizio di matematica esistenziale
Eugenio Mazzarella
Libro: Copertina morbida
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 112
Colpa e tempo: l'essere esposti alla finitezza, alla fragilità dell'esistenza, al suo carattere mortale, e al sentimento di colpa che si accompagna a questa esposizione, è ciò che costituisce il tema proprio della riflessione contenuta in queste pagine. Per Eugenio Mazzarella, prima del commercio col mondo, prima di nominare le cose, prima di percepire tutto ciò che ci circonda, la scoperta della propria finitezza è ciò che noi conosciamo in anticipo, è la nostra condizione per eccellenza, la condizione umana come esposizione al bene della vita e, a un tempo, alla sua fallibilità e possibilità estrema: il massimo male, la morte, autentica contropartita della vita saputa, della coscienza. Lungi dal paralizzare la nostra esistenza, questa condizione, in cui si schiude per noi il rapporto tra essere e sapere, è il modo in cui noi ci affacciamo all'esistenza, ci costituiamo come esistenti, cominciamo costantemente la nostra vita. Non c'è, infatti, autentico inizio della nostra vita, in cui sentiamo davvero di esistere, che non sia segnato dal nesso indissolubile di colpa e tempo, dalla coscienza della finitezza del nostro essere al mondo.
Parigi magica
Vittorio Del Tufo
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 336
Da Montmartre, monte del martirio, a Bicêtre, il vecchio castello in rovina dove ancora risuonano i lamenti dei condannati a morte; dalla Senna alle fredde celle di pietra dove le vittime del Terrore trascorsero le loro ultime notti; dalle corti dei miracoli alla Tour Eiffel, che Guy de Maupassant definì una piramide allampanata e stecchita di scale di ferro: la Parigi di Victor Hugo e quella di Napoleone III, la Parigi del Louvre, con le sue leggende nere, e quella di Caterina de’ Medici, con i suoi incubi, rivivono in queste pagine insieme con la città dei poeti maledetti, dei pittori, degli scrittori e dei musicisti che frequentarono gli antichi sentieri avvolti nella nebbia di una Montmartre magica, tragica e senza tempo. Vittorio Del Tufo rivisita un luogo della memoria in cui la memoria è tenace, sopravvive nei labirinti di pietra, nei misteriosi intrecci della toponomastica. E lo fa riannodando i fili di mille esistenze di una città-mondo aperta al fascino della modernità, al richiamo del futuro e, nello stesso tempo, sprofondata nel baratro del proprio tumultuoso passato.
Tutta colpa di Venere
Leonardo Piccione
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 256
Attrae molto la sventurata storia dell’astronomo francese Guillaume Le Gentil de la Galaisière, nato nel 1725 e morto nel 1792. Le Gentil, come tutti gli scienziati di quel tempo, fu un eccentrico, erudito e avventuroso. L’anno cruciale è il 1761, quando Le Gentil decide di osservare il transito di Venere davanti al Sole, evento astronomico ritenuto fondamentale per il calcolo delle dimensioni dell’universo, e di andare a farlo a Pondicherry, una colonia francese in India. Ma da quel momento la sorte comincia ad accanirsi contro di lui. Bufere, guerre, naufragi sfiorati, tiranni ostili: tutto sembra cospirare contro l’astronomo, trasformando la missione più importante della sua vita in un «pot-pourri di disdette». Ma Le Gentil non fu solo uno degli astronomi più sfortunati della storia. I suoi viaggi, le sue esplorazioni e la sua brama di conoscenza tratteggiano un racconto d’avventura coinvolgente e sorprendentemente attuale, capace di parlare al lettore moderno attraverso il linguaggio universale della curiosità. A partire dalla ricostruzione della vicenda di Le Gentil, Leonardo Piccione ha messo a punto una narrazione piena di riferimenti, divagazioni, invenzioni e molta ironia. Narrazione della quale si trova ben presto a essere co-protagonista, uomo del XXI secolo inaspettatamente sollecitato dalle vicissitudini di uno stravagante astronomo vissuto più di duecentocinquant’anni prima. Liberata dalle riduzioni macchiettistiche e innalzata ad allegoria contemporanea, la storia di Le Gentil diventa così il prototipo di ogni ostinazione quando non conduce al successo, il punto cruciale di ogni avversità, il paradosso della fortuna che si rovescia di continuo. Tutta colpa di Venere è un libro denso ed emblematico. Perché niente può farci capire meglio la realtà quanto quel raro tipo di sventura che diventa tentativo di comprensione del mondo in cui viviamo.
Non leggete i libri, fateveli raccontare. Sei lezioni per diventare un intellettuale dedicate in particolare ai giovani privi di talento
Luciano Bianciardi
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 112
«Sembra ormai chiaro che a questo mondo tutto si può imparare: l’allevamento del pollame e l’arte del governo, la scienza delle finanze e il gioco della canasta, l’astronomia e l’interpretazione dei sogni, a scopi psicoanalitici ma anche per vincere al lotto. Infatti esistono grammatiche e manuali che spiegano per filo e per segno come si fa. Fra i tanti, non uno dedicato ai giovani che intendano vivere, e addirittura prosperare, in quel campo di attività umane, non essenziali peraltro alla vita dell’uomo, che vanno sotto il nome complessivo e vago di “cultura”». Nel 1966 Luciano Bianciardi si era già trasferito a Milano, era stato assunto e licenziato da Feltrinelli, aveva scritto la tetralogia del dissenso, rifiutato una collaborazione fissa con il Corriere della Sera, quando pubblicò su ABC, il settimanale in bianco e nero sostenitore delle grandi battaglie civili dell’epoca, sei lezioni a puntate, pensate per i giovani – ma non tutti i giovani, solo quelli particolarmente privi di talento. Norme chiare, precise, efficaci, a uso di coloro che avessero deciso di diventare intellettuali. Si va dai consigli su come vestirsi, dove andare in vacanza o con chi accasarsi, alle frasi-cerotto – che sembrano dire, ma non dicono assolutamente niente – «per salvare i giovani mediocri (ma anche agli altri, i cervelloni, i geniali e i genialoidi) da un’esistenza mediocre, avviarli alla scalata dell’Elicona». Non leggete i libri, fateveli raccontare è un piccolo, provocatorio e irriverente capolavoro: a cinquant’anni di distanza, in un’epoca in cui la superficialità sembra ormai l’unica via sicura per il successo, riscoprire Bianciardi è un modo per ridere con intelligenza di quello che in fondo siamo sempre stati, ben prima dei social network.
Alternative alla prigione
Michel Foucault
Libro: Libro in brossura
editore: Neri Pozza
anno edizione: 2022
pagine: 112
Il testo presentato in queste pagine si basa sulla trascrizione condotta nel 1993 da Jean-Paul Brodeur, professore all’École de criminologie dell’Università di Montréal, dell’intervento di Michel Foucault a un convegno sulle alternative alla carcerazione tenutosi nella città canadese nel 1976. Si tratta di un intervento poco conosciuto, non incluso nei Detti e scritti del pensatore e storico francese. Un intervento, tuttavia, in cui il ricorso di Foucault a esempi a lui contemporanei sulle forme di controllo emergenti contribuisce non poco a comprendere la sua idea di un’estensione della società poliziesca nella nostra epoca. Gli istituti «alternativi» alla prigione – centri sociali e terapeutici, strutture di transizione e di reinserimento con programmi di esecuzione della pena personalizzati per ogni detenuto – liberano, nella considerazione di Foucault, il delinquente dalla «reclusione stretta, completa, esaustiva a cui era destinato nelle carceri ottocentesche». Ma insieme a lui è liberato anche qualcos’altro, «qualcosa di più grande di lui». Attraverso la risocializzazione ottenuta mediante il lavoro, la famiglia e l’autocolpevolizzazione, le vecchie funzioni carcerarie, infatti, si diffondono e si espandono in tutto il corpo sociale. Il testo, curato da Sylvain Lafleur, è accompagnato da una serie di conversazioni con Tony Ferri e Anthony Amicelle, esperti di esecuzione e controllo penale, sul rapporto tra progressismo penale e imposizione sempre maggiore di misure restrittive extra moenia. «Quella cosa che chiamiamo punizione e che per secoli, forse millenni, è parsa più o meno ovvia alla civiltà occidentale, la nozione stessa di punizione, vi sembra altrettanto scontata oggi? Cosa significa essere puniti? È davvero necessario essere puniti?»

